9.5
- Band: MESHUGGAH
- Durata: 00:47:27
- Disponibile dal: 29/10/1998
- Etichetta:
- Nuclear Blast
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“Chaosphere”, terzo album sulla lunga distanza degli svedesi Meshuggah, è probabilmente il disco più importante della carriera del glorioso quintetto di Umea. Lo precisiamo subito con convinzione, in quanto va sicuramente visto come lavoro-spartiacque tra la prima incarnazione del gruppo, fenomenale sì, ma ancora prodromica, e ciò che Tomas Haake e compagni sono stati in grado di creare poi. “Chaosphere” è, in pratica, l’album che presenta al mondo il vero monolite granitico che cementa le basi di un suono sia archetipale ed avanguardistico che dettagliato e progressivo, forse anticipato solo dal capolavoro assoluto dei Fear Factory, quell’altro massacro visionario e futurista intitolato “Demanufacture”, edito solo tre anni prima.
Ma andiamo con ordine, tornando un po’ indietro al tempo in cui ‘djent’ non era ancora una parolaccia, The Metal Archives e la sua idiosincrasia per i Meshuggah non esistevano ancora (tutt’oggi la pagina loro dedicata recita la bestemmia: “The band was accepted into the Metal Archives based on their material up to and including ‘Contradictions Collapse'” / “La band è stata ammessa nel database The Metal Archives esclusivamente per il suo materiale fino a ‘Contradictions Collapse’ incluso”), e si godeva nello scoprire gruppi leggendo ogni mese i giornaletti di settore. Il succitato “Contradictions Collapse” esce nel 1991 già per Nuclear Blast, gran esordio probabilmente troppo avanti per l’epoca d’uscita e col senno di poi descrivibile appena al di sotto del capolavoro, non fosse per la sua deliziosa acerbità; i Meshuggah erano già formati dal nucleo storico che ancora adesso rappresenta la spina dorsale d’adamantio del combo: Haake alla batteria e ai testi, Fredrik Thordendal alla chitarra – tanto geniale quanto problematico – ed il cantante Jens Kidman, ai quali fa da supporto al basso il primevo Peter Nordin. E quando, subito dopo la pubblicazione del debutto, un tale di nome Marten Hagstrom si aggiunge all’allora quartetto come seconda chitarra, ecco all’orizzonte apparire il mostruoso cyborg che comincia ad auto-plasmarsi.
Nel 1994 esce l’ottimo mini “None”, che è già un passo avanti enorme rispetto a “Contradictions Collapse” e fa da apripista a ciò che arriverà l’anno dopo, quel 1995 che proporrà, a brevissima distanza di tempo uno dall’altro, l’arrivo sui nostri schermi dei due dischi – definiamoli così – cyber metal più impattanti e famosi della storia: il suddetto “Demanufacture” dei Fear Factory ed il suo alter ego più folle e underground, “Destroy Erase Improve” dei Meshuggah. Una coppia di lavori spaventosa, che nel loro rispettivo modus operandi definisce un modo di interpretare il metallo estremo in modo glaciale, robotico, industriale, ma anche carico di passione, livore e critica sociale. Dobbiamo però aspettare ancora qualche anno affinchè i Meshuggah trovino la quadra del loro stile o, per meglio dire, inizino a sperimentare costantemente attorno ad un canovaccio che si apre, dipana e presenta proprio con il successivo “Chaosphere”, assumendo le fattezze di disco di transizione (o disco della svolta, vedete voi), nel senso più letterale del termine: una manciata di brani che prendono le solidissime fondamenta costruite nei primi anni, le depurano dalle influenze maggiormente thrash metal e hardcore (perlopiù nella voce di Kidman e nei controcori d’insieme) che imperversano in tantissimi frangenti, e le adagiano su un impianto ritmico completamente allucinante e allucinato, in cui i tempi impazziscono, gli strumenti vivono vite autonome e l’atmosfera generale diventa quella di un mondo claustrofobico di riflessioni interiori filosofiche e carnalmente angoscianti.
Daniel Bergstrand viene affiancato alla produzione da Fredrik Thordendal, e l’apporto innovativo di quest’ultimo lo si sente immediatamente: non che Bergstrand sia un pivellino, anzi, su “Destroy Erase Improve” c’è già una resa eccezionale, ma con “Chaosphere” si toccano picchi elevatissimi; il suono è compresso, cibernetico ma organico, il Caos del titolo viene lasciato muoversi a briglia sciolta all’interno di una Sfera metallica, in cui tutto quanto pare automatizzato, cronometrato al microsecondo, generato in una spaventosa camera anecoica, nella quale solo la chitarra solista di Fredrik trova gli spazi giusti per riverberare innovativa tra le smitragliate di riff e le battute ritmiche che si susseguono ininterrottamente, a volte tremando zigzagante in preda a crisi epilettiche, altre volte allungando a dismisura le note in modo da creare un distacco distopico tra i passaggi musicali. In mezzo a ciò, mentre Haake, Hagstrom ed il nuovo bassista Gustaf Hielm – che suonerà solo su “Chaosphere” – eseguono i brani come soldati nordcoreani in parata nazionale con l’assoluto divieto di concedersi errori, Kidman piazza una prestazione disumana per intensità di interpretazione e per l’oggettiva difficoltà di infilare in linee vocali incisive le lyrics iper-tecniche e ingarbugliate di un paroliere ‘scientifico’ come Tomas Haake. Come dicevamo sopra, spariscono i cori hardcore e il cantato diviene più monocorde, ma qui è ancora ben lontano dalla staticità voluta e cercata nei dischi seguenti, il subito successivo “Nothing” su tutti.
Non c’è obiettivamente un calo fisiologico che sia uno lungo la tracklist di “Chaosphere”: si parte dall’opener “Concatenation” e si arriva ai primi minuti della conclusiva “Elastic” a cavallo di un toro meccanico manomesso per girare più veloce cambiando allo stesso tempo senso di rotazione. Le orecchie pian piano si assuefano alla devastazione chirurgica dei Meshuggah, la testa comincia a fare su e giù cercando di seguire a volte il rullante, a volte i piatti, ma nel frattempo l’assalto ci rende prima impotenti e poi catatonici, fino all’allungamento esagerato proprio di “Elastic”, nei cui infiniti minuti finali la chitarra di Thordendal si proietta in feedback e riverberi stranianti e dolorosi, esattamente come se ci fossero due enormi tenaglie a sostenerci e tirarci per i quattro arti nel tentativo di testare la nostra gommosa capacità di fare i Mister Fantastic.
La parte del leone, tra i soli otto pezzi del lavoro, la fanno praticamente tutte le tracce, ma è innegabile che “New Millennium Cyanide Christ”, “Corridor Of Chameleons”, “The Mouth Licking What You’ve Bled” e la più ‘orecchiabile’ “Sane” abbiano il taglio del bisturi più affilato, quello che ti incide i tessuti meglio e ti lascia cicatrici pulite, a ricordo eterno. Chi scrive, però, ha sempre sostenuto che in “The Exquisite Machinery Of Torture” risieda il vero punto di diamante dell’album, con il suo incedere spezzatissimo, totalmente fuori sincrono, la voce masticante e super-effettata di Jens a scandire l’orrore, le esplosioni più sostenute in corrispondenza del ritornello, l’assolo nevrotico di Thordendal mentre l’headbanging si impossessa anche del più tranquillo della compagnia. Davvero arduo non restare annichiliti di fronte a cotanta violenza aliena.
Da qui in avanti i Meshuggah si auto-identificheranno sempre di più con il sound partorito per la prima volta su “Chaosphere”, evolvendo verso tecnologie, strumentazioni e macchinari più complessi e moderni, cercando però di mantenere quell’organicità e quell’emotività, seppur di ghiaccio e persa in un Io alla deriva, degne di una musica concepita e suonata col cervello ben lucido ma, anche e soprattutto, con un cuore ed una passione giganti. E’ ancora il metallo del futuro, seppur presentato ormai ventisette anni fa. Una visione di macchine che prendono il sopravvento.
