MICHAEL MONROE – Outerstellar

Pubblicato il 17/02/2026 da
voto
7.5
  • Band: MICHAEL MONROE
  • Durata: 00:43:52
  • Disponibile dal: 20/02/2026
  • Etichetta:
  • Silver Lining

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Venuti dalla Finlandia – una terra che raramente viene associata al rock’n’roll quanto piuttosto a vari stili di metal estremo – gli Hanoi Rocks di Michael Monroe, sin dall’inizio degli anni Ottanta, hanno ispirato una quantità impressionante di artisti poi celebrati in tutto il mondo.
Il merito non risiede soltanto nella spiccata capacità del quintetto di scrivere canzoni capaci di coniugare melodie trascinanti e riff memorabili, ma anche in un’immagine unica e vincente di cui Michael Monroe, cantante, armonicista, sassofonista e leader del gruppo si è fatto portavoce, unendo il glam dei Mott The Hoople e il punk dei Dead Boys all’hard rock statunitense dei Cheap Trick.
Un’estetica e un suono irresistibili, dunque, per quei gruppi americani che, dalla prima metà degli anni Ottanta (tantissimi, dai Mötley Crüe ai Guns N’ Roses), ridisegnarono il volto dell’hard rock, trasformandolo da sanguigno monolite figlio dei giganti britannici tutto fuzz e muscoli dei Settanta in una musica scintillante, accattivante e profondamente americana, che faceva anche dell’estetica un suo punto forte.
Eppure, evitando la consueta retorica della ‘band che avrebbe meritato di più’, va detto che lo splendido sessantreenne finlandese non ha mai smesso di incarnare quell’idea di rock sfrontato, elegante e pericolosamente affascinante che da sempre ha dato linfa vitale al concetto stesso di rock ‘n’ roll.

Il nuovo “Outerstellar”, tredicesimo album in studio di Monroe, si presenta con una copertina che ricorda quella del suo “Sensory Overdrive” del 2011, che raffigurava un occhio aperto con una cerniera dei jeans. Questa volta l’occhio è spalancato come quello di un fanciullo, e descrive bene l’entusiasmo che si respira fra le pieghe dei suoi solchi.
Si tratta infatti dell’album perfetto per chi cerca inni rock’n’roll ruvidi e stradaioli o un concentrato di energia grezza, unendo soluzioni punk e hard rock ad altre più intime e cantautoriali. L’opener “Rockin’ Horse” è un perfetto biglietto da visita, un’esplosione di chitarre analogiche e ritmiche serrate con melodie facili da ricordare e subito viene in mente l’ottimo “Horns And Halos” del 2013, forse l’album di Monroe dove più si avverte l’odore della sala prove, in cui la testimonianza delle interazioni fra i musicisti lascia una traccia fresca anche sul disco.
La band che lo accompagna, ormai rodata da oltre un decennio, suona compatta e ispirata: alle chitarre, l’americano Steve Conte – già nei New York Dolls – e l’inglese Rich Jones intrecciano riff accattivanti e graffianti che attraversano tutto l’album. Dietro le pelli, Karl Rockfist, in passato con Danzig, imprime un tiro diretto ed essenziale, mentre a tenere saldo il baricentro resta il bassista Sami Yaffa, collega di Monroe fin dai tempi degli Hanoi Rocks e fido compagno in tutti i suoi album solisti.

Brani come l’inno glam “Shinola” e la rasoiata punk “Newtro Bombs” –  forse il momento più entusiasmante dell’album, in grado di richiamare i Dead Boys di “Young, Loud And Snotty” – sono brevi e ruvide al punto giusto, mentre “Black Cadillac”, “When the Apocalypse Comes” e “Disconnected”, tutte costruite su ritornelli da urlare a squarciagola, ricordano il Bon Jovi più cadenzato degli anni Duemila, ma con una voce  migliore.
La maggior parte dei pezzi si muove su questa linea: brani energici, una grande sezione ritmica e memorabili linee di basso (come in “Painless” e in “Precious”), con linee vocali che lasciano emergere un gusto più ‘americano’ e melodico.
La parentesi acustica di “Glitter Dust” sembra una riflessione sulla vita scelta da Monroe, rallentando il passo e mostrando il lato più riflessivo del disco, mentre la conclusiva “One More Sunrise”, che si estende per oltre sette minuti, lascia spazio al sax distintivo di Monroe per un brano che passa da un’intro a là Cinderella a sezioni epiche e teatrali, dove l’interpretazione del Nostro raggiunge livelli alti, grazie anche ad una voce che non sembra invecchiata di un giorno dai tempi d’oro.

“Outerstellar” non è il miglior episodio solista di Michael Monroe – la palma se la contendono ancora oggi l’unico album dei Jerusalem Slim del 1992 o l’iconico omonimo esperimento punk-rock’n’roll con i Demolition 23, sempre al fianco di Sami Yaffa. Tuttavia, nonostante non vi siano composizioni che spiccano nettamente sulle altre, o tali da far gridare al miracolo, si tratta di un album che mantiene decisamente alta la media delle sue pubblicazioni, tutte di ottimo livello anche se, bisogna dirlo, non molto distanti fra di loro a livello stilistico.
In un’epoca in cui le rockstar sono quasi estinte, Michael Monroe dimostra di appartenere alla schiera di quelle più autentiche, che non hanno mai vissuto di rendita ma che hanno trascorso un’intera vita fra palchi e studi di registrazione ispirando una generazioni di musicisti che definire talentuosi è un eufemismo.
Sono davvero tante le band che negli anni Ottanta affollavano il Sunset Boulevard che devono qualcosa a questo musicista e alla sua miscela letale di eleganza decadente ed edonistica vita di strada: essa ancora oggi non ha perso un grammo della sua forza, e questo “Outerstellar” ne è la prova più lampante.

TRACKLIST

  1. Rockin' Horse
  2. Shinola
  3. Black Cadillac
  4. When the Apocalypse Comes
  5. Painless
  6. Newtro Bombs
  7. Disconnected
  8. Precious
  9. Pushin' Me Back
  10. Glitter & Dust
  11. Rode To Ruin
  12. One More Sunrise
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