6.5
- Band: MINDWARS
- Durata: 00:46:43
- Disponibile dal: 27/10/2014
- Etichetta:
- Punishment 18 Records
- Distributore: Andromeda
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Forse solo i thrasher più incalliti (e, magari, più in là con gli anni), ricorderanno Mike Alvord ed i suoi Holy Terror, band che sul finire degli anni Ottanta raggiunse, se non notorietà, un qualche interesse da parte dei fan di certe sonorità con due ottimi lavori rilasciati dalla Under One Flag: “Terror And Submission” e “Mind Wars”. E non sarà certo un caso se questa nuova creatura di Alvord, prendendo il nome di Mindwars, sembra voler proseguire quanto lasciato in sospeso nel 1988. Diciamo subito che c’è un bel distacco tra Holy Terror e Mindwars: innanzitutto non c’è la voce di Keith Dean (scomparso da pochi anni), voce molto ottantiana che era un tratto distintivo della band; il songwriting risulta piuttosto differente, più incentrato sulla potenza che sulla melodia (non che questo sia necessariamente un male in sè) e l’effort garantito dalla chitarra di Kiffelt oggi manca totalmente (la band, infatti, è un trio basso, chitarra/voce e batteria). Questo “The Enemy Within” ha sicuramente due chiavi di lettura: preso per ciò che è, si rivela un buon disco thrash, con sonorità abbastanza moderne che, però, non snaturano il thrash tradizionale e scolastico (in senso positivo) dei Mindwars; pezzi come “Speed Kills”, “Chaos” o la conclusiva “Walking Alone sono decisamente sopra la media e “Retrobution” è davvero ottimo, forse l’unico episodio in cui si sente in modo smaccato l’eco degli anni Ottanta. L’ingombrante ombra degli Holy Terror, però, non può essere ignorata (anche per il nome che la band si è scelta e che costituisce un chiaro desiderio di continuità) ed arriviamo alla seconda chiave di lettura del debut dei Mindwars. La velocità, l’energia e le melodie che erano un punto di forza nel passato sono praticamente assenti: il terzetto (gli altri due membri, Danny e Roby, per inciso sono italiani) ricerca feeling e sound più che altro nella potenza, cosa che a tratti riesce anche bene, ma comunque non basta a risollevare le sorti di un disco che, specialmente nei pezzi che superano i quattro minuti, palesa una certa stanchezza e ripetitività. Peccato, perché il nome di Mike Alvord e ciò che a tratti riesce ad evocare (come nel solo conclusivo di “Time In The Machine”) fanno davvero sperare nel miracolo e la Punishment 18 è sicuramente l’etichetta adatta a (ri)lanciare un musicista che ha bruscamente interrotto la sua produzione quando aveva sicuramente ancora molto da dire e, sulla scorta di questo, vogliamo credere che questo debut paghi un po’ di timidezza e di incertezza, ma che – sulla lunga distanza – i Mindwars possano riprendere ciò che è stato, in qualche modo, troncato, magari decidendo se il loro stile è quello tirato e old-school dei pezzi già citati o piuttosto il pesante mid-tempo di “Lost”. Comunque non aspettatevi di trovare pezzi seminali come “Distant Calling” o ”The Immortal Wasteland”, i Mindwars non sono la reincarnazione degli Holy Terror. Non ancora, almeno…
