MINISTRY – Psalm 69: The Way To Succeed And The Way To Suck Eggs

Pubblicato il 01/09/2015 da
voto
9.0
  • Band: MINISTRY
  • Durata: 00:44:38
  • Disponibile dal: 14/07/1992
  • Etichetta: Sire Records
  • Distributore: Warner Bros

Per parlare di e descrivere questo album si potrebbe facilmente fare una cosa: rinunciarci. Bisognerebbe prendere il supporto fonografico, compact disc, vinile o musicassetta (sì, perché nel secolo scorso veniva stampato anche su questo supporto) che sia, schiaffarlo su una macchina riproduttrice il suono, schiacciare il tasto ‘Play’, alzare il volume a undici e farsi travolgere dall’onda d’urto generata da queste frequenze disturbanti. Non ci sarebbero parole sufficienti per descrivere l’importanza, l’impatto che ha avuto quando uscì e quali, anche inconsapevolmente, correnti, sottogeneri e band creò un album così perverso e discusso come “Psalm 69: The Way To Succeed And The Way To Suck Eggs”. Tutta la genesi e l’esistenza della musica pe(N)sante sarebbero passati dalle sinapsi silicee di circuiti industriali per descrivere la sua bellezza disturbante ed apocalittica. Il sesto album dei Ministry, uscito nel 1992, è l’apice dell’industrial metal che fu, che è, nel presente alla Mad Max in cui è ambientato graficamente, e che sarà nel futuro. E’ la meccanizzazione futuristica psicotropa dell’industrial rock, della dark wave acida e nichilista, del metal disturbante e disturbato. E’ la pietra angolare del crossover, di alcune correnti del nu-metal, il simulacro divino del thrash metal dove epigoni e meri esecutori pescano a piene mani. Al Jourgensen è un personaggio, e non lo scopriamo certo noi, e lo è soprattutto ora, con un carisma demoniaco ed una creatività quasi divina. Trent’anni di inquinamento ed infestazione industriale a cui ci ha abituato e di cui noi abbiamo immensamente goduto. Al Jourgensen, con la sua malvagia creatura, ha scritto ottimi album, ma con “Psalm 69” si è superato, andando oltre ogni limite umano e robotico. Sovrumano, ha costruito una macchina della morte, totalmente folle, drogata, che oltre ad essere generatrice di musica aliena ha dalla sua anche un concept lirico che in pochi in quel periodo avrebbero avuto il coraggio di creare. Prima di tutto la denuncia contro George Bush e le malefatte compiute dal governo americano nella prima Guerra del Golfo (e in seguito i Ministry, con i successivi album, imposteranno la loro carriera sui misfatti ed i crimini compiuti dalla famiglia Bush), un concept lirico che si spinge anche su territori esoterici e magici: il titolo infatti prende ispirazione dal grande mago Aleister Crowley e l’album è conosciuto anche come traslitterazione della parola greca ‘KΕΦΑΛΗ’, che può avere molteplici significati nell’esoterismo contemporaneo e soprattutto in quello sviluppato dal mago inglese. La parola può essere interpretata come chiave di lettura del libro “The Book Of Lies”, scritto da Crowley e da cui i Ministry hanno preso ispirazione e nel lirismo dell’album si completa una ricerca profonda e dissacrante verso la religione cristiana di cui Jourgensen si prende gioco, sbeffeggiandola e deridendone i dogmi con grande sagacia artistica. Nei Ministry non mancano sarcasmo ed ironia e, nonostante la cupezza e la cruda marcia industriale ed acida che creano, queste caratteristiche traspaiono. L’iniziale “N.W.O.” è qualcosa di micidiale e i primi trenta secondi di loop vocale sorretti dalla batteria meccanica fanno presagire che si andrà ad ascoltare l’invasione aliena compiuta da umani drogati per instaurare un Nuovo Ordine Mondiale che è già in atto. “Just One Fix” è un pezzo autobiografico che umanizza in modo irriverente e giocoso la dipendenza del leader dei Ministry da ogni tipo di droga in circolazione, brano costruito su un semplicissimo 4/4 ed un riff di chitarra quasi punk, destabilizzante tanto è efficace col suo headbanging sfrenato accompagnato da una voce acida, sofferta, e campionamenti di rumori, urla ed altre amenità sonore che arrivano dai peggiori luoghi del sottomondo. “Jesus Built My HotRod” è un pezzo rock ‘n’ roll costruito su una ritmica martellante e sulla cantilenante metrica vocale di Gibby Haynes, cantante dei Butthole Surfers, che regala al brano un’atmosfera decisamente fuori luogo dal contesto generale dell’album. La struttura della canzone, pur essendo di facile presa (fu scelto infatti come singolo e vendette circa un milione e mezzo di copie), è imperniata su un 4/4 ritmico che regge il 5/4 del riff della chitarra di chiaro stampo punk. Il disco prosegue con una coppia di brani che secondo il nostro modesto parere possono essere annoverati e definiti come il manifesto sonoro dell’industrial metal contemporaneo: “Scarecrow” e la seguente, che darà il titolo all’album,  sono sinfonie in acido industriale, mid-tempo che martellano il cervello rendendolo un surrogato di intelligenza artificiale; si tratta di echi di civiltà robotiche dopate da droghe sconosciute create in laboratori sotterranei di pianeti urbani dove periferie dimenticate, ciminiere, industrie ed inquinamento sono le attrazioni principali. I Ministry con questi brani si sono superati, Al Jourgensen e Paul Barker hanno discendenze non umane ed una sensibilità artistica aliena, visto il modo in cui sono riusciti a rendere questi due stupendi capolavori di industrial metal decadente. Canzoni che hanno una personalità dark e raccontano di un substrato quasi epico e allo stesso tempo malinconico e desolante. Le loro visioni confluiscono tutte in “Scarecrow”, che può essere definita come la summa di tutto l’album, disco che ha avvicinato il metal ai Ministry dando loro modo di trasformare il genere stesso in qualcosa di nuovo: un’entità multiforme fagocitante forme di musica vetuste e generatrice di Mus(ich)e aliene. Un album che aprirà la strada ad un nuovo genere musicale che avrà nei Ministry i leader incontrastati.

TRACKLIST

  1. N.W.O.
  2. Just One Fix
  3. TV II
  4. Hero
  5. Jesus Built My Hotrod
  6. Scarecrow
  7. Psalm 69
  8. Corrosion
  9. Grace
5 commenti
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