7.0
- Band: MIOTIC
- Durata: 00:37:12
- Disponibile dal: 03/12/2013
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Interessante questo progetto math-rock autoprodotto concepito da Andrea Burgio dei Nero di Marte al basso, Nicola Benetti alla batteria e “Bob” Badini alla chitarra. Parliamo di un math-rock strumentale imprevedibile e contorto che poggia le proprie fondamenta su solidissime basi prog e improvvisazionali e che trova la proria luce guida stilistica in band come gli Zu, i Craw, gli Shellac, gli Slint, i Tortoise, gli Uzeda, i Fantomas, i Mr. Bungle, i Secret Chiefs 3, e i Don Caballero. Le forti inclinazioni metalliche e avantagarde della band inoltre rimandano direttamente a tutto quel pianeta neoprog metallico ideato a New York City da gente come Colin Marston, Andrew Hock e Kevin Huffangel (Dysrythmia, Behold The Arctopus, Krallice, Castevet, eccetera) nonché in maniera lampante a tutta la scuola Touch and Go di inizio anni Novanta (Jesus Lizard, Big Black, Die Kreuzen, eccetera). La musica dei Miotic è essenzialmente composta da sincopatissime e isteriche cavalcate di neoprog metallico dalla fortissime inclinazioni “math”, in cui controtempi, ritmiche dispari, composizione ipnotica e circolare svettano sopra una rocciosissima massicciata noise rock e sludge. Quando le cose diventano più ariose, aperte e lineari, la band si mostra anche capace di sviluppare interessantissime soluzioni prog rock dal taglio più fiero e tradizionale andando a citare direttamente band come Russian Circles e Long Distance Calling e, perché no, anche affermatissime realtà del pianeta “post” come Pelican e Red Sparowes e anche oltre, andando a parare persino nei pressi di meastri senza tempo della composizione free-form applicata al metal come Kayo Dot e Mare. Insomma, se siete fan della tecnica fine a se stessa, ma somministrata con stile e personalità, nonché di tutto ciò che è assimilabile al pianeta “math-metal” (primi Dillinger, Psyopus, Meshuggah e compagnia) questo album fa decisamente al caso vostro, non solo perché mostra la tecnica fuori dal comune dei personaggi coinvolti in maniera esaltante ed esemplare (in certi passaggi viene proprio da chiedersi “ma come c***o fanno?”), ma perché il lavoro ha anche una propria profondità concettuale e una fierezza formale che lo rende un affare ben più affascinante di una pura messa in mostra di tecnicismi sterili e incolori. Insomma, se amate il talento smisurato e la padronanza fuori dal comune dello strumento musicale ma odiate la sterilità e freddezza di generi spesso inespressivi come il djent, allora questo disco è decisamente pane per i vostri denti.
