8.0
- Band: MIRADOR
- Durata: 00:47:00
- Disponibile dal: 19/09/2025
- Etichetta:
- Republic Records
I Mirador nascono dall’incontro tra Jake Kiszka dei Greta Van Fleet e Chris Turpin, frontman e chitarrista degli inglesi Ida Mae, gruppo folk britannico fondato insieme alla moglie Stephanie Ward, che nel 2019 hanno affiancato i Greta Van Fleet come band di supporto durante il loro tour americano. Fu proprio in quell’occasione che il giovane Kiszka scoprì di avere qualcosa in comune con il musicista inglese (oltre a uno sconfinato talento, sia chiaro): l’amore per le radici culturali e musicali dell’America blues e folk del Novecento, che gli Ida Mae dimostravano di padroneggiare alla perfezione. Questa comunione d’intenti ha dato vita ad uno dei dischi hard rock più autentici, meglio prodotti e suonati da un lustro a questa parte: l’eponimo debutto dei Mirador.
Il primo biglietto da visita di questo giovane quartetto fa immediatamente sfoggio di una spontaneità e di una potenza sonora che le diverse prove in studio dei gruppi che hanno riportato in auge certe sonorità degli anni Settanta nel nuovo millennio (Wolfmother, Graveyard, Rival Sons, Temperance Movement, per nominarne alcuni) hanno perso da un bel po’, o forse non hanno mai raggiunto fino a questo punto.
L’album, registrato in analogico a Savannah, in Georgia, con chitarre e amplificatori valvolari d’annata, riprese dal vivo e senza click track, è uscito sul mercato senza alcuna campagna di marketing, rimarcando la natura istintiva di questo ‘side-project’ che sembra venir fuori da una reale urgenza creativa degli autori, in pieno stile rock and roll.
“Feels Like Gold” inaugura una scia di canzoni dirompenti, dal suono caldo e dal groove che non lascia prigionieri (Mikey Sorbello dei The Graveltones alla batteria e il bassista Nick Pini sono, in tal senso, una garanzia), con la voce di Chris Turpin che lo posiziona, per timbro ed approccio, fra Elmore James e il primo Steve Marriott.
Con “Roving Blade”, “Raider” e “Fortune’s Fate” assistiamo ad un’esecuzione stellare di quattro musicisti in stato di grazia con una serie di brani edificati da un susseguirsi di pause, ripartenze, intermezzi – tipici dei bluesman delle origini (viene in mente su tutti lo stile di Blind Willie McTell e quello di Fred McDowell). La voce di Turpin, anche ottimo chitarrista, fa da contraltare al fraseggio fatato di Jake Kizska, che si conferma, alla soglia dei trent’anni, come uno dei più dotati chitarristi rock della sua generazione.
Non manca l’omaggio ai Led Zeppelin (“Blood And Custard” li menziona nel titolo citando “Custard Pie”, ed infatti sono proprio gli Zeppelin di “Physical Graffiti” e “Presence” quelli più presenti in questi solchi), mentre “Dream Seller” e “Thousand More To Ride” calcano la mano sul lato più delicato ed emozionale con ballad ben costruite e mai banali nel delineare atmosfere malinconiche e sognanti.
Questo lavoro sembra avere poco da spartire, se non lo scaffale nei negozi, con le band sopracitate e neanche troppo, a ben vedere, specie nelle intenzioni, con i Greta Van Fleet, fermo restando la riconoscibilità del modo di suonare e comporre del chitarrista del Michigan.
Nonostante l’incessante campagna mediatica che li vuole epigoni dei Led Zeppelin, infatti, i Greta Van Fleet hanno mostrato nel tempo un sound molto americano, inglobando elementi country ed influenze tipicamente riconducibili alla musica hard rock a stelle e strisce, specie mainstream, dagli Aerosmith della prima ora ai più ricercati Pavlov’s Dog.
I Mirador, invece, fondano la loro ragion d’essere su presupposti completamente differenti. Qui la musica sembra voler evocare in maniera più profonda l’essenza spirituale di una cultura musicale americana che ha favorito l’emancipazione dapprima degli afroamericani nelle piantagioni di cotone (gli slide che serpeggiano in ogni brano e il cantato disperato di Turpin non perdono occasione di omaggiare il blues del delta e i suoi eroi), e poi degli adolescenti di fine anni Sessanta che, nel clima antibellico minato dal terrore nucleare, hanno saputo immaginare un mondo diverso rispetto alla chiamata alle armi, all’epoca dei grandi raduni di Woodstock e Monterey.
I Mirador, per concludere, sono molto più autenticamente vicini ai Led Zeppelin e allo spirito degli anni Settanta rispetto a quanto lo siano mai stati i Greta Van Fleet, che gli somigliano solo ‘esteticamente’: stiamo parlando di una musica che al netto degli sforzi compositivi, vive di interpretazione e quella di Kizska e Turpin è degna degli eroi dei decenni addietro, un’affinità raggiunta con un’attitudine che profuma d’inconscio e d’istinto, anziché di progettualità.
Forse, rispetto alla band di origine, ai Mirador manca una hit come “Age Of Man” o “Highway Tune”, ma non ne hanno bisogno, perché avvolti dall’autentico spirito immanente del rock and roll, quello vero, che oggi, a settant’anni dalla pubblicazione del primo album di Elvis Presley, troneggia con la stessa strafottenza. “Ashes To Earth”, uno dei brani più veloci del disco, ne è la dimostrazione.
