7.5
- Band: MIRROR OF DECEPTION
- Durata: 00:55:33
- Disponibile dal: 06/10/2006
- Etichetta:
- Cyclone Empire
- Distributore: Masterpiece
A molti di voi il nome di Jochen Fopp presumiblimente non dirà assolutamente nulla, ma il signore in quesione è l’ideatore del più grande doom festival europeo, quel “Doom Shall Rise” che, con il passare degli anni è diventato il ritrovo di migliaia di aficionados della musica più slow, deep e hard mai creata dall’uomo. A tempo perso questo signore è anche il chitarrista e principale songwriter di quello che ad oggi è il miglior doom act tedesco, ovverosia i Mirror Of Deception. Dopo vari demo, i nostri hanno pubblicato nel 2001 il loro fantastico esordio “Mirrorsoil”, perla di doom intimista che ha stupito più di un addetto ai lavori. Il secondo album “Foregone” ha leggermente appesantito il sound, risultando più appetibile ma forse meno personale. Ora, sotto l’egida della piccola Cyclone Empire, esce il terzo lavoro dei tedeschi, che prosegue sulla falsariga del secondo full length, ma con un’aggiunta ulteriore di mood malinconico che rende alcune tracce realmente sconvolgenti. A meno di un mese dalle amate-odiate poll di fine anno, chi scrive può tranquillamente affermare che “Ghost”, seconda traccia di “Shards”, è la miglior canzone del 2006, in virtù di una vena melodica da pelle d’oca e di un’interpretazione di Michael Siffermann dietro il microfono da pelle d’oca. I Mirror Of Deception hanno l’enorme pregio di non assomogliare a nessuno in particolare anche se, inevitabilmente per chiunque suoni doom, qualche riff e qualche linea vocale presa in prestito dai Black Sabbath c’è sempre. Lungi dal raggiungere le vette artistiche del passato, i nostri comunque si fanno apprezzare lungo tutta la durata dell’album, che concede pochissimo alla velocità ed anzi punta tutto su dei tempi di batteria piuttosto canonici e, alla lunga, forse un po’ stancanti. Jochen alla sei corde è il vero mattatore della scena, pur senza mai strafare, mentre Michael è il terminale ideale per il gruppo, pur non essendo dotato di un’ugola particolarmente duttile. A parte il capolavoro “Ghost”, si fanno particolarmente apprezzare la dinamica “The Eruption” e la più atipica “The Capital New”, con un riffing a metà strada tra i Black Sabbah e gli Iron Maiden di “Killers”. Proprio quest’ultima traccia potrebbe aprire in futuro nuovi scenari per i ragazzi, che, come già succede in molti casi, unirebbero all’intransigenza del doom i pattern della NWOBHM. La produzione non è perfetta, anche se comunque rende giustizia ad un album che sarebbe potuto essere migliore, ma resta comunque un lavoro passionale ed intrigante come non capita spesso di sentire.
