7.5
- Band: MIRROR OF DECEPTION
- Durata: 00:43:10
- Disponibile dal: 27/03/2026
- Etichetta:
- Estuarial Records
Istituzione del doom metal europeo, i tedeschi Mirror Of Deception sono davvero dei superstiti, degli orgogliosi sopravvissuti a un’altra era musicale. Un percorso, il loro, iniziato quando il doom era sonorità di nicchia, underground vero, fuori dal radar del grande pubblico in un mondo musicale che guardava altrove e pareva essersi dimenticato alcune sue nobilissime filiazioni. La loro attività non ha mai puntato a guadagnarsi chissà quale audience, è rimasta fedele a un’interpretazione del genere molto affine all’heavy metal classico, a una luminosa, enfatica epicità e a qualche suggestione leggermente fuori dai canoni.
La discografia del gruppo non ha mai cercato la continuità e l’abbondanza: standosene ben lontani da qualsiasi considerazione di marketing o di promozione massiccia, i Nostri hanno prodotto nuova musica sempre con grande calma, lontano dai riflettori.
Il periodo più intenso per loro è stato tra il 2001 e il 2010, con l’uscita di ben quattro album, mentre da lì in avanti i Mirror Of Deception si sono acquattati nell’ombra. Come spesso accade a chi ormai ha altre priorità nella vita di tutti i giorni, ma una passione feroce per una determinata attività, non hanno mollato, riemergendo nel 2018 con l’eccellente “The Estuary”.
Il 2026 ce li riconsegna intatti, illibati, con “Transience”, alfieri di un modo di fare doom che a ben sentire non è proprio patrimonio di molti. Se oggi come oggi il doom è ovunque, anche dove meno ce lo si aspetta, quello che suonano loro lo si ritrova soltanto in un circolo ristretto di formazioni: metal di aroma ottantiano senza esserlo completamente, vintage eppure non collocabile in un momento storico preciso, melodico ed arioso, pulito nei suoni, come nell’interpretazione ritmica per nulla irruenta e nella vocalità cristallina, il modus operandi di questi stagionati musicisti tedeschi sfugge a facili accostamenti.
Il passo è greve, le ritmiche lineari: sono le chitarre e la voce a tenere in piedi l’impalcatura sonora, proiettandoci in un caleidoscopio emotivo dove intimismo, epos vellutato, impatto deciso e rigoroso tramandano concetti metallici antichi e, proprio per questo, immortali.
La mestizia si bilancia con un pathos lieve, secondo una sobrietà stilistica che richiama, guardando a una band appena più nota, gli svedesi Isole, e non sarebbe sbagliato neanche sentire gli influssi del doom britannico. Qui, la sponda sonora è quella delle cantilene immobili ed affascinanti dei Warning, oppure dei migliori The Wounded Kings (quelli con George Birch alla voce). Riferimenti che valgono fino a un certo punto, perché il mondo dei Mirror Of Deception è di loro proprietà, ha confini impalpabili ma riconoscibili, un’alchimia speciale tra ardore metallico e relative calma e leggerezza.
Si potrà obiettare che vi è una certa stolida ripetitività in alcune strutture e in schemi compositivi che indubbiamente, negli ultimi anni, non sono stati affatto rinfrescati. Eppure il meccanismo funziona bene anche stavolta, pur non toccando vertici assoluti né nel vasto reame del doom tradizionale, né all’interno della discografia del gruppo. Però, un po’ come accade per altri colleghi di lungo corso europei – pensiamo in territori più estremi a realtà rinomate come Officium Triste e Marche Funèbre – il tradizionalismo e un’apertura a influssi esterni quasi nulla non intaccano il piacere dell’ascolto.
Diventa anche difficile estrapolare episodi che risaltino gli uni sugli altri: un po’ per tutti possiamo lodare l’efficacia delle melodie, il tono accomodante e confortante di ritmiche di chitarra sornione e dalle rade impennate emotive, oppure le moderate progressioni di enfasi in strofe e refrain.
La musica esprime, nei suoi movimenti compassati, l’idea di transitorietà insita nel titolo dell’album: l’ineluttabilità dello scorrere del tempo e della caducità della vita richiamate in una ritmicità mai invadente, che permette di accorgersi che sì, tutto passa, e lo vediamo svanire poco per volta, davanti ai nostri occhi. “Haven” e i suoi tratti più vibranti, contornati anche da un breve intervento in growl, danno la spinta più vigorosa in un disco che altrimenti vive di calibrati chiaroscuri, aprendosi volentieri al dialogo con chi gli saprà dare sufficiente tempo e attenzione.
