7.5
- Band: MISANTHROPE
- Durata: 01:01:16
- Disponibile dal: 27/10/2017
- Etichetta:
- Holy Records
I francesi Misanthrope giungono finalmente, dopo una carriera quasi trentennale ormai, all’ambito traguardo del decimo full-length album, obiettivo fortemente voluto e desiderato da un combo che ha resistito, nella prima metà della sua carriera, ad un’instabilità di line-up costante e che, nella seconda parte, dopo aver trovato infine la quadratura del cerchio con l’inserimento dei fidi Anthony Scemama alle chitarre e Gael Feret alla batteria, si è barcamenato bene tra il buon successo riscontrato in patria e la cronica indifferenza di tutta la restante geografia metallica, attraverso dischi altalenanti in qualità e spesso troppo distanti tra loro. Considerando “Visionnaire” e “IrréméDIABLE” i loro due capolavori assoluti, ci fa piacere certificare come questo nuovo “AXO (Alpha X Omega: Le Magistère De L’Abnégation)” si attesti solo qualche spanna al di sotto, andando a porsi all’ipotetico terzo gradino di un podio dei lavori della compagine parigina. Il precedente “Aenigma Mystica” ci aveva annoiato e stancato piuttosto in fretta, seppur considerabile come un platter valido, troppo farraginoso, prolisso ed effettivamente privo di picchi elevatissimi, escludendo la meravigliosa “Desponsàtion”: ebbene, fin dai primissimi ascolti di “AXO…”, invece, colpisce alquanto la varietà stilistica ivi compresa e l’immediatezza che alcuni episodi presentano, nonostante il metallo estremo sui generis della band – una miscela in eque parti di black-death metal, progressive, thrash e spunti classici, talvolta supportato da keyboards ad hoc – resti poco immediato e doveroso di ripetuti passaggi per essere penetrato appieno. La maestria e la fantasia nel riffing di Scemama vengono a galla sulla lunga, così come l’espressività del maestro di cerimonie S.A.S. De l’Argiliere continua ad essere un possibile ostacolo a frapporsi tra i Misanthrope e l’apprezzamento di nuovi fan. L’abnegazione presente nel sottotitolo del disco è quella che i parigini hanno avuto nel corso della loro carriera: un’indefessa fiducia nei loro mezzi, nella loro ispirazione, nel loro vate personale, quell’Alceste de la Haine, di Molieriana memoria, che è sempre presente nei loro testi, nelle loro fedeli Hypocondrium Forces, come vengono chiamati da loro stessi i propri seguaci più assidui, forze che si annidano nascoste in quel ‘magistero’, sempre evocabile dal sottotitolo di “AXO…”. Dodici tracce per più di un’ora di musica, mai però stancanti o pesanti da digerire, come era accaduto ad esempio per il già citato predecessore o, ancor peggio, per “Metal Hurlant”. I Misanthrope ormai sono riconoscibili dopo poche battute dei loro brani, vuoi per il timbro particolare e il recitato di S.A.S., vuoi per l’arguzia funambolica dell’immenso Jean-Jacques Morèac al basso virtuoso, vuoi per l’ormai classico incedere delle loro cavalcate, quadrato in sede ritmica ma assai vario nella proposizione di un rifframa coloratissimo e più complesso di quanto sembri in sede di primissimi ascolti. Un lavoro vario, si diceva: ebbene sì, in quanto si spazia dalla fucilate senza tregua rispondenti ai nomi di “Ardante Psychopathophobie” e “Une Cantilène Pour Célimène” fino ad arrivare al rock-metal gotico e quasi scanzonato di “Melissa & Darvulia”, novità di spessore, non riuscitissima, per i Misanthrope; si passa per un opener eccezionale quale “La Fabrique Du Fataliste”, che richiama certi Dark Tranquillity, e per la feroce “Epuration”, dotata di un chorus pungente e sprezzante, per giungere alla stupenda “Aux Portes De La Basilique De Gilles De Rais”, con il suo epico afflato melodico e un ritornello davvero vincente; non mancano attimi più pacati, messi in scena dall’animo prog e romantico della compagine misantropica, evidenti nella teatralità di “Me Suivras-Tu?” e soprattutto nella ballata sdolcinata e decadente intitolata “Venus Callipyge”. Un’unica, piccola delusione ci arriva dal pezzo che è stato presentato affiancato da un video parecchio lovecraftiano, “Noyade Abyssale”: nulla di speciale, poco convincente e atmosfera orrorifica resa al minimo indispensabile. Ci pensa comunque la finale “Apres Vagissements” a spedirci nell’oblio melanconico degli anni Novanta con una manciata di riff a cavallo tra gothic e doom metal che convincono appieno. Dunque ci si trova di fronte ad un ritorno in pompa abbastanza magna per i Misanthrope, che dimostrano ancora una volta di stare invecchiando senza nessun compromesso, fidi ai loro credo e alle loro ragioni di vita. Una vita dedicata al metallo oscuro, baciata da testi complessi ed intelligenti (tutti in francese) e trascorsa nell’underground più infimo dei piaceri intellettuali. Ennesima occasione per scoprirli, altro buono/ottimo tassello da siglare lungo la loro discografia. Il decimo, finalmente. Con buona pace di Alceste, Célimène e Moliére.
