8.5
- Band: MISANTHROPE
- Durata: 01:04:00
- Disponibile dal: 01/06/1997
- Etichetta:
- Holy Records
- Distributore: Audioglobe
I francesi Misanthrope – ne abbiamo già accennato trattandoli in merito alle recensioni dei loro lavori più recenti – sono una band particolare, dal carattere tanto iper-egoico e magniloquente quanto in realtà poco propensi all’internazionalizzazione della loro proposta: mai divenuti star di un certo calibro, mai ottenuto un successo di buono/ottimo livello al di fuori della loro madre patria – se non una sufficiente popolarità in Germania – i Nostri si barcamenano ormai da anni sfornando dischi dall’alternante valore, avendo messo da parte le strabordanti velleità sperimentali che li caratterizzavano agli albori della loro lunga carriera. Infatti, dopo i primissimi, quasi inascoltabili e certo incomprensibili, album “Variation On Inductive Theories (Architecture Screenplans)” e “Miracles: Totem Taboo”, il terzo “1666…Theatre Bizarre” comincia ad aggiustare il tiro e a dare un senso logico alla genialità insita nel combo transalpino, fino allora inespressa e, soprattutto, mal incanalata in composizioni troppo complesse e multi-sfaccettate. E’ però nel 1997 che i Misanthrope, capitanati come al solito dallo stolido duo S.A.S. De L’Argilière/Jean-Jacques Moréac, sfoderano finalmente il coniglio dal cilindro, trovando il giusto bilanciamento e un punto perfetto d’equilibrio tra le follie sonore dei dischi succitati e la più moderata enfasi progressiva che si assesterà di lì a qualche anno e che, comunque, mai li abbandonerà del tutto. “Visionnaire” arriva nel giugno del ’97, appunto, registrato agli allora imperanti Fredman Studios svedesi, sotto la supervisione di Fredrik Nordstrom, assistito – udite, udite! – dal tecnico Anders Fridén (sì, proprio il cantante degli In Flames, per chi lo scambiasse per uno sconosciuto omonimo). S.A.S. e Moréac si sono da poco separati dal tastierista Alexandre Iskander e lo sostituiscono con il più ispirato e pomposo franco-argentino Sergio Gruz, che contribuirà non poco a ben definire il mood variopinto dell’album; viene assoldato inoltre il chitarrista Jean-Baptiste Boitel a tempo pieno e, per le parti di batteria, troviamo fra i crediti un improbabile musicista session di nome Johansson Offhenstruh, che ci ha sempre saputo tanto di nome fittizio. Con una line-up al pieno delle forze, un budget più cospicuo e uno studio di registrazione con i fiocchi a disposizione, i parigini calano il loro poker d’assi grazie ad una tracklist che fa risaltare, una per una, ogni caratteristica del sound raggiunto dai ragazzi a quell’epoca: il disco è fondamentalmente un lavoro di death metal melodico, baciato però da importantissime connotazioni progressive, sinfoniche, acustiche, gothic e doom, riassunte in un’opera dal gusto cangiante e sempre diverso, che però riesce ad essere organica e anche molto orecchiabile, riuscendo là dove i Misanthrope avevano fallito in passato. L’apertura è affidata a “Futile Future”, il brano più accessibile composto fino allora dal gruppo, un episodio di melo-death metal ispirato dal riffing della scuola scandinava Dark Tranquillity/In Flames e dotato di un chorus facilmente riconoscibile e cantabile; non mancano, tipiche del sound Misanthrope, divagazioni acustiche e pause spesso riempite dai proverbiali assoli del basso virtuosissimo di Moréac. Subito dopo è la volta di uno degli highlight dell’intera carriera dei Nostri, quella “Bâtisseur De Cathédrales” che ancora oggi spesso chiude i concerti: il pezzo è più orientato verso la corrente doom/death, trainato da un riff lento, melodico e malinconico che non può non ammaliare; a centro canzone, però, ecco scatenarsi la vena sinfonica di Sergio Gruz, che guida i suoi compari per una lunga e devastante sezione di death metal tecnico, progressivo e orchestrale, ben rappresentante la costante imprevedibilità di cui tutto questo lavoro è imbevuto. La voce di S.A.S. è al solito particolare, declamante e recitante versi in modo sofferto e teatrale, trade-mark assoldato del gruppo, sebbene al vocalist si debba per forza imputare una pronuncia inglese assolutamente da rivedere. L’alternanza di canzoni proposte in inglese e francese continua con l’accoppiata più aggressiva “Hypochondrium Forces”/”Le Silence Des Grottes”, tracce che non mancano comunque, al loro interno, di fornire spunti più riflessivi, solistici e prog-oriented, sempre all’insegna di una maggiore accessibilità a discapito della ridimensionata passione schizofrenica degli esordi. Nel bel mezzo di “Visionnaire” risiedono due tracce più romantiche e decadenti, che complicano un po’ la fruizione del platter attraverso strutture non-strutture e melodie non particolarmente pronunciate, dando così sfogo al lato più naif ed elitario dei Misanthrope: “2666…” e soprattutto l’ardita “La Dandy” riprendono gli arzigogoli stilistici cari ai primordi, riservando all’ascoltatore partiture dolciastre, ricercate, a tratti pesantemente gloomy e per certi versi assai ostiche – ricordiamoci che siamo nel 1997, un progressive-death metal così all’avanguardia era padroneggiato solo da pochissime entità musicali. Si ritorna poi su coordinate death metal melodico con la più ‘classica’ “Hands Of The Puppeters”, altro punto-zenit del disco, sapiente nell’unire riff melodico-tecnici d’elevata fattura a improvvisazioni quasi jazzistiche di duetti basso-tastiere davvero impareggiabili, il tutto cementato da un’originale grandeur enfatica. La classe e la raffinatezza la fanno da padrone, invece, nella successiva “La Rencontre Rêvée”, una delicata semi-ballata cantata quasi in sottovoce, che qua e là si apre nel solito death metal melodico-orchestrale ricco di pathos e suggestioni, brano che cresce moltissimo perdurando negli ascolti. L’assalto all’arma bianca è il leit-motiv della penultima “Irrévérencieux”, l’episodio più feroce e intransigente della tracklist, attraversato da scariche telluriche nichilistiche e assoli di chitarra a ripetizione, mentre la stessa “Visionnaire”, durante oltre i suoi nove minuti di saliscendi estremi e progressivi, chiude con un caleidoscopico botto un lavoro epocale e avanguardistico di prelibata qualità, avvicinato dai propri autori soltanto undici anni dopo con l’altrettanto speciale “IrréméDIABLE”. Scrivere dei Misanthrope in termini di band sottovalutata ci pare piuttosto corretto, nonostante nella loro discografia si registrino anche album scolastici e impregnati da minore ispirazione; nulla e nessuno toglie, ovviamente, a “Visionnaire” la sua freschezza e la sua unicità stilistica, non riprodotta ancor oggi a distanza di quasi vent’anni. Chapeau, bâtisseurs!
