8.0
- Band: MISCREANCE
- Durata: 00:31:49
- Disponibile dal: 28/08/2026
- Etichetta:
- Season Of Mist
In certi angoli del death metal contemporaneo sembra quasi obbligatorio scegliere da che parte stare: estremizzare la tecnica, la velocità o la dissonanza, fino a sfiorare l’astrazione, oppure scavare sempre più a fondo nel fango dell’ignoranza, del tradizionalismo o del suono cavernoso. I Miscreance, invece, continuano a ignorare questa sorta di falsa alternativa: la loro musica resta abbastanza complessa, ma mai cervellotica, tesa ma sempre leggibile, e proprio per questo finisce per rimanere impressa. Il quartetto italiano ha ormai trovato una collocazione ben definita all’interno dell’underground europeo, recuperando il linguaggio del techno death-thrash di fine anni Ottanta e inizio Novanta senza trasformarlo in un completo esercizio nostalgico. “Reminiscence”, secondo album della formazione, conferma questa identità e la sviluppa con intelligenza, aggiungendo nuovi dettagli a una formula che aveva già dato ottimi frutti con il debutto “Convergence”.
La band non ha mai nascosto le proprie influenze: gli Atheist, ad esempio, restano probabilmente il riferimento più evidente, ma tra le pieghe del disco affiorano anche altri nomi di quella stagione irripetibile in cui thrash e death metal si evolvevano e dialogavano con velleità sempre più tecniche. Eppure, il ‘bello’ dei Miscreance è proprio questo: assimilare una grammatica ben precisa con gusto e misura. Le loro canzoni possiedono quasi sempre una loro immediatezza perché dietro ai continui cambi di tempo e alle evoluzioni strumentali resta sempre ben saldo il ruolo del riff, vero motore dell’intero album. Se il debutto aveva soprattutto il compito di presentare la band, “Reminiscence” prova invece ad allargare l’orizzonte. Non attraverso una rivoluzione stilistica, ma grazie a una scrittura più rilassata e consapevole, che lascia respirare maggiormente le composizioni. I brani conservano l’urgenza e la vivacità del passato, ma trovano anche il tempo di sviluppare atmosfere più sfumate e aperture che rendono il percorso meno prevedibile senza disperderne la compattezza.
In questo senso, anche il concept gioca un ruolo importante: come spiegato dal gruppo, più che raccontare una storia vera e propria, il disco vuole raccogliere i frammenti di una memoria appartenente a una civiltà sconosciuta, sospesa tra un passato primordiale e un futuro alieno, dove ritualità tribali, evoluzioni psichiche e suggestioni cosmiche convivono in un equilibrio credibile. È un immaginario che evita i cliché della fantascienza come quelli della preistoria fantastica, costruendo invece uno scenario sospeso, quasi onirico, che trova una corrispondenza naturale nella musica. Ecco allora comparire percussioni tribali e strumenti decisamente insoliti per un disco death-thrash metal, vedi il digeridoo o il berimbau, inseriti però con una certa misura. Non c’è una ricerca dell’effetto esotico fine a sé stesso, né il desiderio di apparire eccentrici a tutti i costi. Questi interventi servono piuttosto a colorare alcuni passaggi, ad ampliare – assieme a degli interventi di voce pulita e dei break acustici – la tavolozza timbrica nei momenti in cui la tensione si allenta o le composizioni si concedono deviazioni più atmosferiche. Sono dettagli che impreziosiscono gli arrangiamenti senza alterare il carattere profondamente chitarristico del disco.
Quando invece arriva il momento di spingere sull’acceleratore, i Miscreance dimostrano di avere ancora un grande tocco sul terreno delle rasoiate thrash e dei continui intrecci ritmici. Le chitarre disegnano riff affilati, qua e là vicini anche ai Death della metà degli anni Novanta, mentre la sezione ritmica accompagna ogni cambio di direzione con una naturalezza impressionante, a maggior ragione se si calcola che Andrea Feltrin si occupa come al solito anche della voce. Il tutto è valorizzato da una produzione organica, limpida e dinamica, che riesce a restituire ogni dettaglio senza sterilizzare l’impatto delle composizioni.
Pur risultando più ricco del predecessore, “Reminiscence” mantiene inoltre una notevole capacità di sintesi: i pezzi raramente si dilungano oltre il necessario e, anche nei momenti più ricchi, conservano una scorrevolezza che evita qualsiasi deriva autoreferenziale. Da questo punto di vista tornano alla mente pure i Sadist di “Tribe”, non tanto per affinità stilistiche dirette, quanto per quel modo libero ma disciplinato di espandere il linguaggio del death metal attraverso contaminazioni sempre funzionali alla scrittura.
Alla fine, il nuovo lavoro dei Miscreance dà esattamente l’impressione che dovrebbe dare un secondo album riuscito: riconoscibile come diretto successore del debutto, ma sufficientemente diverso da giustificarne l’esistenza. Non si respira la volontà di sorprendere a ogni costo né quella, opposta, di riproporre una formula ormai consolidata. C’è invece il desiderio di affinare un’identità, costruendo un disco che amplia il raggio d’azione della band senza perdere di vista ciò che sin qui l’ha resa interessante. In un’epoca in cui molti cercano disperatamente di stravolgere un genere o, al contrario, di imbalsamarlo, i Miscreance dimostrano che esiste ancora una terza via: scrivere musica ispirata e curata, lasciando che siano la qualità dei riff, il gusto negli arrangiamenti e la solidità delle canzoni a fare davvero la differenza.
