7.5
- Band: MIZMOR
- Durata: 00:46:15
- Disponibile dal: 21/07/2023
- Etichetta:
- Profound Lore
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Una ne fa, mille ne pensa, il buon A.L.N., mastermind del progetto Mizmor. Il musicista americano, come parecchi altri suoi conterranei nella scena underground estrema, non è di quelli che lasciano passare molto tempo tra un’uscita e l’altra e anzi, col passare degli anni alimenta la sua fiamma creativa ampliando il raggio delle collaborazioni e contaminazioni. Particolarmente intenso da questo punto di vista il periodo trascorso tra quello che nominalmente è stato l’ultimo album a sola firma Mizmor, il giustamente celebrato “Cairn” del 2019, e questo “Prosaic”, inframmezzati da una serie di sperimentazioni e lavori a quattro mani toccanti l’apice, a nostro avviso, con il monumentale e poco pubblicizzato “Myopia”. Un incrocio assai azzeccato tra il black/doom di Mizmor e lo sludge/hardcore di Thou, per un’uscita tra le più dirette e implacabili partorite da ambo le parti. Con “Prosaic” si ritorna invece al ‘classico’, riprendendo quell’incedere di raccapriccio, autofustigazione, livore nichilista che punta su introversione, macerazione nei pensieri più subdoli e pessimisti, per dare linfa mefitica al suono e alle liriche.
La copertina effigiata da Bryan Proteau (se il tocco vi dovesse essere familiare, ricordiamo che ha curato in passato l’artwork di “Longing” dei Bell Witch) pare rimandare a mitizzati, rurali, tempi antichi, secondo un’estetica incline alla nostalgia e al rimpianto per la dimensione arcaica delle cose che caratterizza un’ampia frangia del black metal atmosferico. Con quest’idea in testa ci pare allora che i contenuti del disco, nel complesso, cerchino di aderire in modo più filologico del solito all’anima black metal del progetto, secondo un approccio più scarno e incattivito, rispetto ai più dettagliati contenuti di “Cairn”. Il suono è ruvido, con un’orgogliosa, appuntita, componente lo-fi a conferire la tonalità predominante: le chitarre suonano quindi grumose, rumorose, tenendo viva appena dietro un’orgogliosa malinconia, quella amarissima e sconsolata tipicamente Mizmor.
Se le frastagliate, sempre un po’ storte e pericolanti, accelerazioni black metal danno gli strappi più secchi e distintivi, le brusche frenate e i momenti sospesi non perdono la loro malsana aura decadente, portando in dote fangosità sludge-doom e una negatività spessa, corrotta, quella di una mente aggrovigliata in brutti pensieri e totalmente incapace di uscirne. A differenza di “Cairn”, il peso tra black e doom, come già detto poc’anzi, è sbilanciato sul primo fronte, come se questa volta A.L.N. desse un significato maggiormente liberatorio, di puro sfogo, alla propria musica. Questo non va in ogni caso a sacrificare atmosfere dense e stratificate, gli ondeggiamenti più calmi e flessuosi, come accaduto proprio con il recente “Myopia”, guardano volentieri al gotico inglese, ricordando le crepitanti luttuosità dei primi My Dying Bride e Anathema, solo sporcate da un sentire più sordido e carico di acrimonia (la fase centrale di “Only An Expanse”).
La musica di Mizmor, e anche questo già lo sapevamo, ama l’ossessività e l’intontimento del prossimo, calcando la mano sui feedback e la sporcizia sonora: un aspetto che diventa ancora più centrale durante “Prosaic”, come se l’abbruttirsi e il lacerarsi fossero ormai le uniche cose che contano (l’intossicato, maleodorante avvio di “No Place To Arrive” ne è la miglior rappresentazione).
La fierezza di talune melodie, l’ariosità quasi epica che portano con sé contrasta fino a un certo punto con la propensione all’autodistruzione, ponendosi piuttosto come il naturale contraltare a un simile sentimento dominante (“Anything But”). Gli sconfinamenti nel drone più nero e impenetrabile servono anch’essi allo scopo, facendo perdere la cognizione di spazio e tempo, per farci annegare nel marciume, complici vocalizzi strazianti ed emotivamente instabili. Rari, anche se ben disposti, gli scampoli acustici, piccole oasi in una palude sonora dove ci troviamo costantemente a incespicare per i precari appoggi. L’esperienza complessiva, nonostante la durata tutto sommato contenuta – poco più di tre quarti d’ora – è estenuante, l’astio in cui l’album è avvolto lo rende ancora più difficile da digerire dei predecessori.
“Prosaic” non ha a nostro avviso la schiacciante carica emotiva di “Cairn” (o meglio, non ce l’ha con la medesima continuità), né ostenta quel brillante dinamismo che ci aveva sorpreso nel corso di “Myopia”, ma rimane sugli alti standard ai quali il sofferto percorso esistenziale ed artistico di A.L.N. ci ha abituato. I fan del progetto gradiranno eccome queste quattro tracce, chi guardava ad esso con perplessità non cambierà opinione: d’altronde, dinnanzi a cotanta soffocante disperazione, è comprensibile che non tutti vi si vogliano avvicinare.
