6.0
- Band: MODERN LIFE IS WAR
- Durata: 00:35:00
- Disponibile dal: 05/09/2025
- Etichetta:
- Deathwish Inc.
Dopo dodici anni di silenzio discografico sulla lunga distanza, i Modern Life Is War tornano con “Life on the Moon”, un album che porta con sé tutto il peso dell’attesa e, soprattutto, della distanza temporale che lo separa dal precedente “Fever Hunting”. In mezzo ci sono stati i tre volumi di “Tribulation Work Songs”, prove minori e spesso eccentriche che già avevano mostrato una certa voglia di sperimentare. Ma qui la sensazione è diversa: si tratta di un’opera che, più che consolidare, sembra voler rimettere in discussione gran parte dell’identità del gruppo statunitense.
La collaborazione con il produttore Brooks Strause e con un nutrito cast di ospiti ha evidentemente contribuito a un risultato che suona disomogeneo, quasi scomposto, dove l’ossatura hardcore punk – marchio di fabbrica degli esordi e delle opere più acclamate – viene continuamente messa in discussione. L’impressione, ascoltando la scaletta, è di trovarsi davanti a una collezione di tentativi: alcuni convincenti, altri meno, ma tutti coerenti con un’urgenza di ridefinizione che non si può ignorare.
Si passa da episodi segnati da punteggiature elettroniche, campionamenti e atmosfere livide a brani in cui riaffiora una certa secchezza punk, pur sempre filtrata da una patina più riflessiva e disillusa. Talvolta emergono persino inflessioni vocali che sfiorano il blues, o almeno una sua declinazione ombrosa e corrosa, che accentua il senso di straniamento. È chiaro come i Modern Life Is War non intendano cercare la via più facile o accattivante: “Life on the Moon” non è certo un disco immediato, né un lavoro che tenta la carta dell’accessibilità. Al contrario, la band sembra deliberatamente interessata a sottrarsi a ogni classificazione, seguendo un percorso non troppo distante da quello imboccato anni fa dai connazionali Ceremony.
Il paragone con nomi come Nine Inch Nails o Mindless Self Indulgence non appare peregrino nei momenti in cui elettronica e spigolature industrial si fanno più evidenti, ma ciò che conta è il senso di vastità e spaesamento che l’ascoltatore si trova spesso a vivere: non sempre si ha l’assoluta certezza di ascoltare davvero i Modern Life Is War, se non per la voce di Jeffrey Eaton, ancora riconoscibile nella sua urgenza dolente, pur immersa in contesti sonori molto differenti.
Se questa scelta stilistica può sembrare coraggiosa, allo stesso tempo rischia di lasciare la tracklist priva di una direzione netta: l’album procede a zigzag, muovendosi tra intuizioni brillanti e deviazioni meno riuscite, mantenendo costante un carattere interlocutorio. È un disco che apre molte domande, e poche ne chiude. Forse è proprio questo il suo tratto peculiare: più che un ritorno trionfale, “Life on the Moon” è un ampio terreno di prova, un manifesto di incertezza che, se da un lato può risultare frustrante, dall’altro conferma l’indole inquieta e indomita della band americana.
Alla fine dell’ascolto, a emergere con forza è soprattutto “Talismanic”, posta in chiusura, unico brano davvero in linea con la tradizione del gruppo: abrasivo e malinconico, melodico e polemico, ci ricorda per un attimo la grandezza dei Modern Life Is War quando decidono di rielaborare le radici. Il resto del disco, invece, rimane come sospeso: più che un ritorno, un interrogativo aperto sul futuro di una band che non ha mai voluto stare ferma.
