7.0
- Band: MONOLORD
- Durata: 00:42:27
- Disponibile dal: 29/05/2026
- Etichetta:
- Relapse Records
Con “Neverending” i Monolord firmano il sesto sigillo della propria discografia e tornano sulla scena con un album che potrebbe far discutere alcuni dei loro fan più fedeli, soprattutto dopo la crescita evidente e costante intrapresa da circa “Rust” in poi, album nel quale la band svedese ha smesso di essere ‘solo’ un gran gruppo doom per diventare qualcos’altro.
Di fatto, il progetto svedese ha incamerato in sé delle caratteristiche che hanno preso a piene mani da una certa psichedelia anni Settanta, dal doom moderno quanto da quello primigenio, e sicuramente molto heavy metal, ma allo stesso tempo rimanendo piuttosto ancorati ad un appeal sonoro dirompente e squassante.
La formula non è che cambi tantissimo, però in questo nuovo lavoro il suono ha una sua variazione, un ché di vagamente patinato che soprattutto all’inizio ci sembra un attimo fuori luogo; del resto la band cercava proprio un nuovo ‘sound’, e per questo disco ha lavorato con la produttrice Sylvia Massy (Tool, System of a Down, Johnny Cash), col risultato di un disco compatto e diretto, molto heavy, ma con un qualcosa che non sembra arrivare proprio al cuore.
Non mancano i pezzi, quello no: sono a volte lenti e solenni, a volte pachidermiche suonate con piglio hard rock, o con gradevoli momenti sabbathiani e qualche sortita ipnotica tipica della band; il problema non è tanto la sperimentazione, che comunque diventa meno leggiadra del solito, quanto il fatto che, questa volta, le canzoni sembrino un po’ meno intense.
La scrittura è sempre brillante e di classe, ma anche dopo molti ascolti sembra solo un disco ‘ok’ dei Monolord, band che invece – sì, chiedendo attenzione ai propri ascoltatori – ci ha sempre portato a volare con la loro musica.
Ci sono i momenti intensi, come la malinconica “Inside A Collider”, così come “You Bastard”, con un testo incentrato sul suicidio nell’ottica di chi resta a raccogliere le macerie, o un brano come “The Masque”, quasi un brano medio ma piacevole uscito da un disco dei Sabbath più drogati. Da menzionare anche “Oozing Wound”, forse la migliore del lotto, così come “It’s Neverending”, cantata in toto da Jörgen Sandström (Grave, Entombed) con Thomas Jäger del tutto assente dietro ai microfoni – sicuramente un esperimento particolare per i canoni della band, che nella sua seconda parte si assesta sul sound tipico dei Nostri.
Insomma, “Neverending”, anche dopo tanti ascolti, non ci ha fatto impazzire come i suoi predecessori, ha qualche lungaggine che invece che divenire canonica risulta in realtà noiosetta, ma si tratta sicuramente di un disco di discreto valore e di certo siamo lontani dal parlare di passo falso per la band. Però, dopo cinque anni speravamo in qualcosa di più.
