7.5
- Band: MORK
- Durata: 00:46:41
- Disponibile dal: 19/06/2026
- Etichetta:
- Peaceville
Thomas Eriksen (la mente dietro il moniker Mork) è quello che nello sport verrebbe definito romanticamente un gregario di lusso: non per sminuirne le doti, anzi, ma a sottolineare come la sua carriera nel mondo black metal, partita sicuramente molto tardi rispetto agli anni d’oro del genere e ai suoi stessi impegni musicali come produttore, non abbia mai deluso a livello di volontà e risultati – e poco male se non si trascina la squadra a vincere la Champions League.
Lo conferma anche questo “Monolitt”, un disco che intensifica le componenti più sferzanti e tetragone del precedente “Syv”, votato a una direzione che per buona parte dell’album sfiora lidi quasi industrial, con ritmiche serrate e ancora più glaciali che in passato; come riferimento assoluto, possiamo dire che l’eterno amore per i Darkthrone e per le loro sonorità viene qui messo in secondo piano rispetto all’evidente peso dei Satyricon, per la precisione quelli del periodo compreso tra “Volcano” e “The Age Of Nero”, date le sensazioni di misantropico distacco trasmesse.
Il lavoro presenta forse il difetto per cui, trovata una strada efficace e in cui il nostro mostra sicuramente di essere a suo agio, i brani tendono un po’ a seguire lo stesso stilema compositivo, pur con qualche interessante variazione: ci sono rallentamenti doom soffocanti ( “Ødelagt”), oppure il taglio epico di “Torden” , con l’innesto di tastiere non invadenti, ma potenti e un bridge vocale modulato in maniera quasi lirica.
“Skrømt” è invece il brano più ‘nostalgico’ presente, con una partenza in medias res che trasmette un senso di infinito e di alienazione, e un riffing estremamente ossessivo: qui si torna indietro ai Darkthrone più intransigenti, eppure i Mork non banalizzano la ripresa di certi elementi ‘classici’, mutando poi il pezzo in una spirale di violenza atmosferica.
Ancora, “Inn i en annen saere” si caratterizza per l’arpeggio iniziale di maggior lentezza, il quale tuttavia non rende il pezzo meno incisivo. Tra i brani più rappresentativi del disco, vince secondo noi la doppietta costituita da “Martyr”, forse la traccia più intensa e ieratica, e “Jutul”, con la sua atmosfera degna di “Vikings” – e non a caso riprende fin dal titolo riferimenti alle tradizioni norrene.
Da citare un ospite di tutto rispetto, ossia Asgeir Mickelson dietro le pelli, e si sente eccome il contributo di uno che ha in curriculum Spiral Architect, Borknagar e Ihsahn, fondamentale per definire le atmosfere ossessive dei tre quarti d’ora abbondanti di musica qui a disposizione.
Un disco che, per riassumere, mostra ancora una volta l’alto livello raggiunto dai Mork; una band a cui manca sempre un pezzettino per la perfezione, ma non è necessariamente un difetto, come scritto più sopra.
Certo, è un peccato che, quando fa bene le cose, Eriksen si sieda e finisca per comporre opere un po’ troppo monolitiche, ma forse c’è sufficiente consapevolezza e autoironia, al punto da poter considerare anche in quest’ottica il titolo dell’album.
