7.0
- Band: MORS VERUM
- Durata: 00:30:39
- Disponibile dal: 06/02/2026
- Etichetta:
- Transcending Obscurity
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I Mors Verum sono un progetto che nasce dall’incontro tra musicisti di origine indiana oggi stabiliti in Canada, e questa doppia appartenenza geografica e culturale sembra riflettersi, almeno in parte, nella natura cangiante del loro nuovo EP, “Canvas”. Cinque brani per una durata complessiva abbastanza contenuta, ma sufficienti a restituire l’immagine di una band che ha progressivamente smussato gli angoli della propria proposta, scegliendo di muoversi con maggiore scioltezza all’interno di un perimetro che resta legato a quello che oggi viene definito dissonant death metal, ma che non rinuncia a frequenti aperture atmosferiche che flirtano ogni tanto con ambienti più vicini a certo post-metal.
Se agli esordi il gruppo si muoveva su coordinate più ruvidamente oltranziste, oggi il growl e i rari affondi percussivi di chiara ascendenza “Obscura” e “From Wisdom to Hate” funzionano soprattutto come contrappunto. Il vero centro di gravità di “Canvas” è altrove: nelle chitarre che costruiscono trame sospese, spesso più evocative che oppressive, e in un uso della melodia che talvolta non ha timore di emergere in primo piano. In questo senso, il paragone con realtà come gli Ulcerate resta valido solo fino a un certo punto: manca deliberatamente quell’aura costantemente inquieta e claustrofobica, sostituita da una tensione più ariosa, talvolta persino contemplativa.
L’EP si muove con una coerenza interna ben studiata: i brani si susseguono come quadri di uno stesso percorso, senza brusche fratture, ma anche senza scadere in una linearità prevedibile. Le strutture sono tutto sommato articolate, spesso costruite su dinamiche di pieno e vuoto che valorizzano le parti più dilatate, lasciando spazio a pause e ripartenze che danno respiro all’ascolto. In questo contesto, la sezione ritmica svolge un ruolo meno esibito rispetto a molte produzioni del genere, ma non per questo meno centrale: il lavoro su groove e accenti contribuisce a mantenere viva la tensione anche nei momenti più rarefatti.
La produzione, organica e bilanciata, mette in risalto ogni strumento senza sacrificare un certo calore di fondo. È un dettaglio tutt’altro che secondario, perché permette di apprezzare la cura posta nell’esecuzione e negli arrangiamenti, più la volontà di costruire un suono che non sia solo denso, ma anche leggibile. “Canvas” si presenta così come un nuovo biglietto da visita convincente: un lavoro compatto, che scorre con discreta naturalezza e che suggerisce una band consapevole dei propri riferimenti, ma impegnata nel tentativo di ritagliarsi un suo spazio all’interno di un filone sempre più frequentato. Un passo misurato verso una forma di metal dissonante capace, almeno a tratti, di dialogare con un pubblico più ampio senza rinnegare le proprie radici.
