8.0
- Band: MOTORHEAD
- Durata: 00:39:22
- Disponibile dal: 26/02/1991
- Etichetta:
- Epic
- Distributore: Sony
Questa recensione proviene direttamente dal 1993, e l’ha scritta un adolescente. Quell’adolescente ha scoperto il metal da circa un anno, un intero mondo che lo accompagnerà per quasi un quarto di secolo, al momento, ma presumibilmente fino alla morte. Erano begli anni, quelli, per imparare ad amare l’heavy metal; è un genere che richiede dedizione, e di solito conquista persone molto curiose e tendenzialmente tassonomiche: di quelli che devono sapere tutto, ascoltare tutto, capire chi ha suonato prima dove e con chi, quale musicista ha ispirato quel chitarrista, e analoghe amenità. E la risposta alla maggior parte delle domande sopra elencate, a quel tempo, stava racchiusa in quella manciata di album che, febbrilmente, riuscivi a sentire o farti registrare da un amico, e in quei pochi personaggi iconici su cui, prima dell’avvento della rete, ci si raccontava aneddoti modificati decine e decine di volte, fino a perdere qualunque relazione con la realtà. Per fortuna, almeno un uomo si stagliava sopra tutto e tutti; il suo consumo di alcool era vero, la sua voce da sessanta sigarette al giorno pure, così come tutto quello che si diceva di lui. Quell’uomo era Lemmy, e quell’adolescente comprava il suo primo album dei Motörhead, ormai vecchio di un paio d’anni: “1916”. E anche se qualche classico, ovviamente, era già ben stagliato nella sua mente, fu subito amore. “1916” è sicuramente un album particolare, nella discografia dei Motörhead, che comunque, negli anni, verrà sempre ricordato come uno dei loro esiti migliori (e a ragione). Il suono è molto più orientato alla sponda americana del metal, e non sarà un caso il fatto che la sua pubblicazione coincida, di fatto, con il trasferimento del Nostro negli Stati Uniti; ma lo spirito musicale resta da pub, non certo da diner e juke-box. I pezzi sono sempre diretti, certo, ma la ricerca melodica presente in questi quaranta minuti è senza precedenti, né forse teme paragoni negli album successivi. Così come il ricorso a sonorità in qualche modo nuove, ma andiamo con ordine. L’apertura è programmatica fin dal titolo, “I’m The One Who Sings The Blues”: una batteria energica introduce un riff di quelli che restano in testa per sempre, sul quale Lemmy ci sciorina esattamente la sua idea di un blues, che è insieme hard rock, metal, ma soprattutto ritmo. E quella prima persona singolare, nel ritornello, che ci conferma come si tratti di una figura unica, che può davvero cantare un manifesto valido per un intero genere. Col secondo brano, paradossalmente, siamo su coordinate più sinceramente blues, vi basti immaginare di togliere la distorsione, ed ecco che “I’m So Bad (Baby I Don’t Care)” vi riporterà agli anni ’50, con le giuste spruzzate di puro rock’n’roll qua e là. Terza traccia, e le coordinate sono ancora una volta diverse: “No Voices In The Sky” è Johnny Cash in anfetamina (cioè il vero Johnny Cash, a dirla tutta) e traslato nel tempo di trentacinque anni; il risultato? Un fantastico boogie metal, con il quale Lemmy &co. sbancano il piatto già dopo dieci minuti e possono permettersi di proseguire la caciara e il divertimento nel brano successivo, “Going To Brazil”, trascinante come poche canzoni della band, che permette di immaginare un Lemmy sorridente che ancheggia sulla pista da ballo, ma non aspettatevi marimba o tamburelli: voci dell’epoca, anzi, sostengono che il primo produttore scelto per l’album li avesse aggiunti nel mix finale, venendo per questo licenziato e quasi preso a botte da Mr. Kilmister. Con “Nightmare/The Dreamtime” compaiono per la prima volta le tastiere e un cantato da crooner persino filtrato nel controcanto; come sonorità siamo dalle parti del plurimilionario e contemporaneo “No More Tears” di Ozzy, album che, del resto, non avrebbe probabilmente mai visto la luce senza l’apporto compositivo di Lemmy stesso, e pare quindi più che comprensibile che anche il baffuto bassista abbia riportato a casa qualche ispirazione, per quanto in forma sporchissima, come si confà al personaggio. E a seguire, signore e signori, una power ballad, “Love Me Forever”. Sì, avete letto bene, ma tranquilli: niente derive hair metal, solo l’ennesimo e sfrontato vaffanculo di chi ha sempre suonato ciò di cui aveva voglia, anche con l’accompagnamento parziale di un arpeggio acustico, e facendolo bene. Torniamo al puro rock ‘n’ roll con la doppietta “Angel City” e “Make My Day”, la prima particolarmente sugli scudi per lo splendido fraseggio fra le due chitarre e un inedito (ancora novità!) inserimento di piano e sassofono: in pratica il wall of sound di Phil Spector – versione con porro e whisky – e grazie nuovamente. E poi è il momento del quiz: chi disse, e perché, “è stato l’onore più grande, come se John Lennon scrivesse una canzone su di te”? Esatto, arriva “R.A.M.O.N.E.S.”, un minuto e ventisei secondi che racchiudono uno dei pezzi più energici, iconici, sordidamente punk della storia dei Motörhead e del metal, con cui Lemmy omaggia gli amici Joey (a cui appartiene la suddetta citazione), Johnny, Dee Dee e Tommy e mette tutti d’accordo: cresta o borchie che portiate, non è possibile non amare entrambe queste band. Ancora un pezzo ‘canonico’, e si procede al fulmicotone con “Shut You Down”: voce gracchiante, ritornello catchy, chitarra in grande spolvero e la cavalcata di basso e batteria. Forse si potrebbero descrivere così il 90% dei pezzi dei Motörhead ma tant’è, in questo album non c’è nemmeno un fill-in. E resta, poi, la sorpresa finale, ossia l’emozionante title track: “1916” è un pezzo estremamente ispirato, che Lemmy partorisce pensando alla Battaglia della Somme, narrandoci il punto di vista di un ragazzo arruolato e mai più tornato dal fronte. Sotto la sua voce accorata bastano le tastiere atmosferiche e una batteria marziale, per creare un brano di rara emotività, e che conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che razza di testa pensante fosse Lemmy dietro l’aria totalmente fucked up. E come, pur con pochi accordi, lui e i suoi compagni di viaggio abbiano tracciato un solco netto, profondo ed eterno nella storia del metal e non solo: grazie Lemmy, Phil, Würzel e Philthy Animal. Sì, perché è giusto citare tutti i partecipanti a questo gioiello. Grazie da un adolescente diventato, nel frattempo, un adulto ancora innamorato delle vostre canzoni.
