7.0
- Band: MOTORHEAD
- Durata: 00:44:09
- Disponibile dal: 04/07/1983
- Etichetta:
- Bronze
Strano. Riteniamo sia questo l’aggettivo più consono per descrivere un disco vario e molto interessante, sotto molteplici aspetti, come “Another Perfect Day”. Lo storico chitarrista ‘Fast’ Eddie Clark decide di gettare la spugna nel bel mezzo del tour americano di “Iron Fist” per inconciliabili divergenze artistiche, lasciando ai due superstiti pochissimo tempo per reclutare un degno sostituto. La scelta ricade inaspettatamente su Brian Robertson, storica ascia dei Thin Lizzy e Wild Horses, al quale spetta l’impresa di aiutare Ian ‘Lemmy’ Kilmister e Phil Taylor nel portare a termine i numerosi impegni dal vivo già confermati. E’ curioso notare come il musicista all’epoca avesse dichiarato alla stampa specializzata di odiare i Motörhead, ma di ammirare al contempo la loro tenacia e originalità. Con una premessa così poco rassicurante, i tre protagonisti si rinchiudono in studio con il nuovo produttore Tony Platt (Samson, Krokus e mille altri) per dar vita ad un’opera che, a conti fatti, rimarca un netto distacco da quanto composto dai Nostri sino ad allora. Il sound non è mai stato così pulito e curato in ogni suo aspetto e, anche se non mancano le consuete mazzate sui denti elargite dalle adrenaliniche “Back At The Funny Farm” (notevole la sua folle progressione nel finale), “Shine”, “Rock It” e “Die You Bastard!”, trionfa prepotentemente l’esuberante vena melodica del nuovo arrivato. Tutto sommato Robertson dimostra di essere un chitarrista tecnicamente molto più preparato del suo illustre predecessore, palesando una comprovata abilità nel tessere un intricato telaio di note, oltremodo arricchito da un uso massiccio del delay e di altri effetti non convenzionali. Il suo stile si riflette inevitabilmente negli episodi più morbidi ubicati in scaletta, come nel caso della cupa “One Track Mind”, dell’anthemica “Dancing On Your Grave”, dell’elaborata title track e di “I Got Mine”, traboccanti di ottimi spunti melodici, generosamente valorizzati da intricati assoli. Nonostante ci imbattiamo inevitabilmente in qualche brusca caduta di tono, come nel caso delle superflue “Marching Off To War” e “Tales Of Glory”, diamo atto all’ennesima prova di coraggio sostenuta da una testarda compagine, che di lì a poco si ritroverà ad un passo dal baratro. Da rivalutare.
