MOTÖRHEAD – March Ör Die

Pubblicato il 14/08/1992 da
voto
8.5
  • Band: MOTORHEAD
  • Durata: 00:46:52
  • Disponibile dal: 14/08/1992
  • Etichetta:
  • Epic

“Vivo su una strada senza fine, attorno al mondo per il rock and roll. A volte è dura, ma non ne ho ancora avuto abbastanza. Continuo a dirmi che sta diventando troppo difficile, ma so di mentire. Mi sento bene tra il rumore e le luci, sono le cose che accendono il mio fuoco”. Nell’inizio di “Hellraiser”, quando la puntina si appoggia sul lato B e comincia a grattare il vinile, c’è tutto Lemmy. Ad un solo anno di distanza dalla “rinascita” con il clamoroso “1916” ed orfani (questa volta in modo definitivo) alle pelli di Philip “Philthy Animal” Taylor, Lemmy, Würzel e Campbell tornano pronti a perpetrare quella che ormai è già una leggenda. L’inizio è subito il classico Motörhead-style venato dalla “nuova” ventata californiana con “Stand”, un pezzo che più classico di così non si può. Subito segue il riff che introduce “Cat Scratch Fever”, classico di Ted Nugent che sembra subito un pezzo scritto apposta per Lemmy: un esempio di cover fedele all’originale eppure trasformata solamente dallo stile di chi la suona. E’ poi il turno di “Bad Religion”, altro classico ed uno dei grandi esempi della capacità di Lemmy di scrivere pezzi pressoché perfetti, un inno all’indipendenza di pensiero contro ogni forma di fanatismo religioso e contro le intrinseche ipocrisie che questo comporta. Si continua con “Jack The Ripper”, siamo ormai al quarto pezzo e sappiamo che il trend “all killer, no filler” inaugurato con “1916” continua anche su “March Ör Die”.  Inizia, poi, un arpeggio di chitarra classica. Chi scrive si ricorda la fine dell’estate del 1992, quando uscì “il nuovo disco dei Motörhead”: si ascoltava da settimane il primo disco degli At The Gates, era stato l’anno del black metal in cui Darkthrone, Burzum ed Immortal cominciavano ad essere nomi che si sentivano, almeno in certi ambienti. L’anno di “Fear Of The Dark” e “The Triumph Of Steel”, di “Legion” dei Deicide, di “The IVth Crusade” dei Bolt Thrower, di “Tomb Of The Mutilated” dei Cannibal Corpse e di “Utopia Banished” dei Napalm Death. Pantera, Ministry, Blind Guardian… l’elenco di dischi storici usciti quell’anno è impressionante, eppure ricordiamo in modo vivido quell’arpeggio, la voce di Lemmy che si alterna a quella di Ozzy e l’assolo di Slash che irrompe a metà di “I Ain’t No Nice Guy”, quella che è, forse, una delle migliori ballad scritte da Lemmy. Il secondo lato, come abbiamo scritto, inizia con “Hellraiser”, un altro classico del repertorio dei Motörhead (composto a sei mani da Lemmy, Ozzy e Zakk Wylde), un pezzo travolgente, anthemico e sfrenatamente heavy metal nella sua accezione più classica.  Difficile, dopo la chiusura del primo lato e l’apertura del secondo, mantenere il livello. Ed ecco, invece, il riffing hard rock tiratissimo che accompagna l’ingresso di “Asylum Choir”, una canzone che rende perfettamente l’idea della frase “We are Motörhead and we play rock ’n’ roll”. Sulla stessa falsariga la successiva “Too Good To Be True”, ma – questa volta – con una venatura malinconica e romantica a prova che anche a Lemmy è stato spezzato il cuore, qualche volta. Il blues irrompe, invece, con “You Better Run”, con la chitarra di Slash ancora una volta protagonista (insieme al piano di Peter Solley, producer del disco oltre ad esserne il tastierista) grazie al suo sound metallico che crea uno strepitoso intreccio con il basso di Lemmy: un’altra perla. E’ ancora il rock ’n’ roll a farla da padrone in “Name In Vain”. Il disco volge al termine ed ancora manca qualcosa, ovvero il classico mid-tempo dei Motörhea. Largo quindi alla title track, “March Ör Die”: l’incipit è una vera e propria marcia, accompagnata dalla voce di Lemmy quasi sola, mentre il ritmo marziale fa da contraltare al messaggio e la scelta (“march or die”) diventa obbligo e consequenzialità (“march and die”). La forza cinica e disperata del pezzo si esaurisce nuovamente in una scelta, spogliata di qualunque mobilità (“march or croak”), come sempre sono stati il messaggio e la musica di Lemmy: caustici e sardonici da un lato, sprezzanti ed incuranti dell’opinione altrui dall’altro, sempre fieri ed orgogliosi. La musica finisce, il braccio del giradischi torna al suo posto e, religiosamente, rimettiamo nella sua busta questo vecchio vinile nero, un po’ graffiato e zoppicante, ferito e temprato dagli anni, un vinile che non aveva bisogno, ventiquattro anni fa, di esibire il suo “peso” o il suo colore. Un vinile che, nonostante le cicatrici lasciate dal tempo, porta ancora con sé musica immortale. Proprio come Lemmy.

TRACKLIST

  1. Stand
  2. Cat Scratch Fever
  3. Bad Religion
  4. Jack The Ripper
  5. I Ain't No Nice Guy
  6. Hellraiser
  7. Asylum Choir
  8. Too Good To Be True
  9. You Better Run
  10. Name In Vain
  11. March Ör Die
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