8.0
- Band: MOTORHEAD
- Durata: 00:36:40
- Disponibile dal: 11/07/1995
- Etichetta:
- Steamhammer Records
Ultimo disco con la formazione a quattro elementi (il secondo chitarrista Würzel uscirà di scena poco dopo la pubblicazione dell’album) “Sacrifice” potrebbe essere tranquillamente riassunto nella sua essenza dalla massacrante title track. In assoluto uno dei pezzi più rappresentativi dei Motörhead, un inno di battaglia racchiudente tutta la strafottente rumorosità dell’allora quartetto, che si rese protagonista di un brano cruento come pochi altri, terremotato da una prestazione esagerata del buon Mikkey Dee e sormontato da una prova vocale spiritata di Lemmy. Qualcosa di estremamente rabbioso, bestiale, che andava a riportare in auge l’idealismo oltranzista di una “Overkill” e diventava ancora più destabilizzante se inquadrato nella prospettiva dello strepitoso video a corredo del pezzo, dove immagini belliche si alternavano alla band in azione, con Lemmy a spiccare per i suoi occhi iniettati di sangue e un terribile sadismo nello sguardo. Per quanto l’opener rimanga inarrivabile per tutte le altre dieci tracce presenti in “Sacrifice”, il resto della tracklist regala altre grandi soddisfazioni, mostrandoci un gruppo nel pieno della forma, per niente fiaccato da un’attività che, in quegli anni come lo è stato fino all’ultimo, era intensissima e non prevedeva grandi pause di riflessione fra una pubblicazione e la successiva. Abbondano i mid-tempo fangosi, scorbutici, concentrati in una prima metà che ai fuochi pirotecnici in apertura e alla velocità smodata di “Sex & Death” preferisce mescolare chitarre impastate, ‘bluesaccio’ scorticato, una vena di lerciume che non poteva non richiamare direttamente i primissimi Motörhead, omaggiati coi dovuti riconoscimenti negli strascicamenti di “War For War” e “Dog-Face Boy”, le facce dure e rincagnate dei rocker inglesi, mai inclini anche in anni di magra per il rock classico ad assoggettarsi a regole di mercato e mode del momento. Al contrario di quanto narrato spesso dalla vulgata popolare, Lemmy non ha mai disdegnato di variare i toni e inserire accoppiamenti quasi stravaganti, nell’intercalare composizioni dure e casiniste ad altre adorabilmente retrò. Oppure metal nel midollo. Infatti, “Sacrifice” si adorna dei galloni di grande classico attraverso episodi molto eterogenei, tra i quali non può non spiccare “Over Your Shoulder”, immancabile nelle setlist degli anni a venire. Il riff insinuante, la viziosità della voce nel refrain, lo scioglimento della tensione da parte di Campbell in un giro blues semplice e accattivante al termine di ogni strofa, sono tutti elementi che concorrono a generare uno dei tanti gioiellini presenti nel songbook di Lemmy, che altrove gioca con sonorità ‘infernali’, infondendo un tocco di seriosità non nuovo per un personaggio profondo e di grande cultura qual era il leader della band. Ecco allora uscire dalla sua penna le increspature di “All Gone To Hell”, col basso a dominare su tutto il resto e vocalizzi ossessivi, cocciuti nell’incalzare l’ascoltatore ad ogni parola, progredendo in velocità un poco alla volta fino al climax finale. Ci sarebbero poi da segnalare le stranezze di “Make’em Blind”: chitarre silenziate, ridotte al lumicino, quasi un semplice feedback al cospetto di basso e batteria, tenute anch’esse ai bassi regimi e intrecciate in pattern irregolari destinati a non portare mai a una trascinate rottura e alla conseguente tirata di chiusura. Un brano per certi versi criptico, palestra ideale per sondare il lato più introspettivo dell’intelletto lemmyano. Mentre imperversano le voglie di divertimento sfrenato nell’hard’n’boogie della scatenata “Don’t Waste Your Time”, quando pianoforte e sax danzano vorticosi assieme alle chitarre e a un basso meno protagonista del solito. Sul versante orgogliosamente metal, impossibile non restare a bocca aperta davanti alle cromature fascinose di “In Another Time”. Bravissimo Dee a viaggiare metodicamente lineare sorreggendo il clima di mistero creato dalle chitarre, che esplodono al massimo della potenza solo in corrispondenza del roboante chorus. “Out Of The Sun” accentua la componente melodica, regalandoci un episodio abbastanza easy a suggello di uno dei migliori esempi di Motörhead-sound degli Anni ’90 e non solo. Difficile restare delusi da “Sacrifice”, difficile rimanere indifferenti a tanta manifestazione di forza in un’epoca (ricordiamoci cos’era la scena metal del periodo!) dove già restare a galla suonando in una certa maniera era dura. Figurarsi cogliere dal cilindro un album di questo calibro.
