7.0
- Band: MOUNT PALATINE
- Durata: 00:53:27
- Disponibile dal: 06/02/2026
- Etichetta:
- Octopus Rising
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Le commistioni tra progressive, stoner rock e psichedelia in salsa doom continuano ad essere fonte di fascinazione per un gran numero di musicisti. Paiono evocare possibilità espressive smisurate e indefinibili, ricorrendo a forme sonore di ampissimo respiro, lontane da strutture rigide, emulsionando le note in flussi strumentali lunghi, incorporei, che staccano da terra e portano mente e corpo verso un altrove immaginifico. Provano a dire la loro in questo campo anche i finlandesi Mount Palatine, trio finlandese qui al secondo album, a due anni dall’esordio su lunga distanza “Cockroach Crusade”.
Fin dalle prime mosse della formazione – risalenti al 2020 – gli strumentisti coinvolti nel progetto hanno cercato di dare una connotazione assai variegata alla loro azione, attingendo appunto in percentuali variabili dalla psichedelia di ieri e di oggi, dallo stoner più errante e da un’impronta compositiva legata a un sentire progressive in senso lato. L’anima vagabonda della formazione rende inizialmente sospettosi sulla solidità del lavoro: le prime fruizioni danno l’idea di una fusione di idee un po’ fumosa, dove le trame sono allungate a dismisura senza sapere esattamente dove andare a parare, quale sia l’obiettivo ultimo.
In effetti, rispetto anche ad altri colleghi che si misurano con accostamenti stilistici similari, ai Mount Palatine l’unità di intenti delle singole sezioni interessa fino a un certo punto: d’altronde, loro per primi dichiarano che “Wormholy World” deriva da lunghissime jam session e da una composizione molto libera e istintiva – un elemento che fa apparire come terribilmente pericolanti e incompiute le diverse tracce, a un primo approdo uditivo.
Ci sono radi appigli, passa del tempo prima di entrare nel vivo; insomma, le impressioni superficiali sono quelle di lunghe prove esuberanti, tempestose, a tratti anche intriganti, ma non levigate e ripulite delle estrosità troppo insistite.
Mai come in questo caso serve dare il giusto tempo per settarsi sulle idee dei tre musicisti, cercando se possibile di alzare per bene il volume e porre attenzione ai piccoli dettagli. Finito il rodaggio, infatti, “Wormholy World” non si dischiude quale gioiello nascosto, ma guadagna parecchi punti, denotando una certa brillantezza di scrittura e idee un filo fuori da canoni di settore.
Innanzitutto, la ridondanza dei suoni e le derive space rock prendono man mano il loro senso, catalizzando le attenzioni per cadenze sornione, quasi da dormiveglia, ideali per scorribande chitarristiche sinuose, rumorose ma non troppo, più induttive di un’atmosfera onirica che non aggressive. Si percepisce poi la finezza degli arrangiamenti, la stratificazione di una miriade di suoni diversi, lo strisciante ricorso ai sintetizzatori e una serie di percussioni a dare ricchezza e colore all’insieme. Per quanto affini ai contesti dello stoner rock/metal più da ‘viaggi mentali’, i Mount Palatine tengono un minimo i piedi per terra, confezionando alcune sezioni abbastanza trascinanti e, quando la musica diviene più astratta, non abbassando troppo la tensione.
Nelle singole tracce la tendenza al delirio viene mitigata da una certa indole narrativa, grazie anche alla vocalità aspra ma efficace del cantante (anche chitarrista) Jean The Baron.
Per l’unione di velata sperimentazione e retaggi stoner/doom più canonici, i tre possono in effetti trovare apprezzamento sia da chi predilige l’ala più canonica del genere, sia da chi va matto per gli avanguardisti, coloro che cercano di guardare lontano senza perdere totalmente il contatto con le basi di queste sonorità.
Ne esce infine un album ondivago, poco lineare, non perfetto ma affascinante, di quelli che ci si rende conto non essere compiuti e sicuri su tutta la linea, però sanno restare impressi, perché hanno qualcosa che non si trova così facilmente in giro.
Volendo citare un brano da cui partire, anche qua, il discorso non è facilissimo, proprio per la mutevolezza della musica e il suo tanto divagare: “Wormholy World” va pensato come un tutt’uno, un’immane composizione divisa in più capitoli. Per gli amanti dello stoner più avventuroso, e non solo.
