7.5
- Band: MUTILATION RITES
- Durata: 00:41:58
- Disponibile dal: 20/07/2018
- Etichetta:
- Argento Records
Quando una sola immagine val più di mille parole. Se volete infatti scendere tra gli abissi terreni più profondi e maligni, non dovete fare altro che mettere sul piatto del vostro giradischi il nuovo lavoro dei Mutilation Rites fissando intensamente la cover dell’album stesso. Un intruglio di ossa, teschi e ragnatele si aggrappa malinconico ad una serie di rampe di scale che conducono verso uno spazio nero indefinito, fatto di catene e torri in decadenza.
Se con il precedente “Harbinger”, anno 2014, il quartetto di New York City aveva egregiamente gettato le fondamenta di un metal oscuro dalle forte tinte scandinave, condito da venature post-black tipiche delle lande a stelle strisce, con il qui presente “Chasm” la band americana ha ulteriormente aggiustato il tiro, sparando sulla folla una mistura putrida, grezza ed altrettanto precisa di black/death davvero notevole. Poco più di quaranta minuti in cui la commistione tra il sound old-school made in Europa e le nuove sferzate mortifere d’oltreceano si aggrovigliano a meraviglia, distillando sei brani sì tirati e ferali senza tuttavia cadere nel temibile tunnel del treno monoritmico spesso carente di spunti personali.
Ci pensa l’opener “Pierced Larynx” a confermare quanto appena sostenuto: mitragliate black si alternano alla perfezione con stacchi più pastosi di matrice death, tra cui anche lo scream del chitarrista George Paul lascia il posto al growl del bassista Ryan Jones, andando così a sottolineare il continuo cambio delle ritmiche. Ad alimentare ulteriormente la varietà stilistica di “Chasm” ci pensa la successiva “Axiom Destroyer” dove strigliate thrash s’intersacano ottimamente tra la linee putrefatte disegnate dal lead-guitar Michael Dimmit. E se la coppia “Ominous Rituals” e “Post Mortem Obession” va a ricoprire la parte più glaciale e grezza dell’intero full-length, è la titletrack che definisce e testimonia la qualità tecnica dei quattro musicisti. La caduta non ha comunque tregua e la lunga, a tratti ipnotica, “Putrid Decomposition” si contraddistingue proprio per la sua capacità di abbinare la paurosa solitudine del vuoto alla cattiveria letale di questa spinta infinita verso il basso. Un brano, quello di chiusura, in cui è la sezione ritmica a farla da padrona: su tutti, il drummer Tyler Coburn.
Se volete dunque farvi trascinare nelle viscere desolate, fredde e perfide della terra, “Chasm” fa al caso vostro. Altrimenti, non pensateci, restate tranquilli sulla vostra poltrona.
