8.0
- Band: MYLES KENNEDY
- Durata: 00:46:22
- Disponibile dal: 11/10/2024
- Etichetta:
- Napalm Records
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Quando distribuivano il gene della pigrizia evidentemente Myles Kennedy era già intento in una jam session con Mark Tremonti, e così dopo l’accoppiata disco/tour con gli Alter Bridge prima e con Slash poi, l’anno scolastico 2023-2024 è quello dedicato al suo progetto solista, giunto al terzo capitolo.
Se l’esordio “Year Of The Tiger” era una raccolta di idee accumulate negli anni e il successivo “The Idles Of March”, scritto interamente durante il lockdown, aveva il sapore agrodolce della ripartenza post-pandemica, questo “The Art Of Leting Go” è per certi versi il primo disco ‘normale’ composto dall’ex Mayfield Four.
La prima differenza che salta all’orecchio è l’approccio più heavy nel riffing rispetto al passato, al punto che fin dalla title-track posta in apertura sembra di sentire la band madre con un approccio più blues in luogo della componente metallica, impressione che trova immediata conferma nella successiva “Say What You Will” e in “Mr. Downside”, che per certi versi sembrano voler richiamare i fasti di “One Day Remains” (qualcuno ha detto “Metalingus”?).
Fedele al titolo, e senza più nulla da dimostrare dopo trent’anni di onorata carriera, Myles Kennedy lascia dunque andare la sua sei corde a briglia sciolta, memore dei suoi trascorsi come maestro di chitarra prima di andare egli stesso a lezione sul palco di fianco a due guitar hero come Tremonti e Slash. A sorprendere dunque non è tanto l’ennesima prestazione vocale da purosangue, cui siamo ormai abituati, quanto la componente strumentale in brani come “Behind The Veil” o “Dead To Rights”, impreziositi da una sezione ritmica di prim’ordine in cui spicca il tocco variegato del batterista Zia Uddin.
In un disco così potente paradossalmente proprio la dimensione più intima, che pure aveva fin qui caratterizzato la carriera solista di Kennedy, finisce per rappresentare la parte meno interessante dell’album: se il ritornello di “Miss You When You’re Gone” suona un po’ come il classico compitino ben fatto ma già sentito, al contrario “Eternal Lullaby” riesce a convincere proprio grazie al crescendo ritmico e solista.
Quando il sipario cala sulle note di “How The Story Ends”, ulteriore variazione sul tema tra lo spettrale e l’orientaleggiante, l’impressione si fa certezza: ci troviamo di fronte al miglior lavoro del Kennedy solista, che allo stato attuale se la gioca alla pari, per non dire ad un livello superiore, rispetto ai suoi progetti principali.
