7.0
- Band: MYLINGAR
- Durata: 00:45:27
- Disponibile dal: 17/04/2026
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
“’Mylingar’ è il plurale di ‘myling’. Nel folklore scandinavo, il termine ‘myling’ indica lo spirito errante di un bambino non battezzato”.
Approcciare un disco come “Út”, terzo full-length da parte dell’enigmatico gruppo svedese, a sette anni di distanza dal precedente “Döda själar”, significa anzitutto sottoporsi a un test di resistenza fisica e mentale, nel segno di un ascolto doloroso, sfibrante e pensato per annichilire ogni forma di certezza o di punto di orientamento.
Un suono che sembra a tutti gli effetti provenire da una dimensione raccapricciante e ultraterrena, strisciato sul piano della realtà nella forma di un death-black in cui la dissonanza è il fine – e non semplicemente il mezzo – di un discorso inscindibile dall’operato di vari abomini underground dei Duemila.
Obbligatorio, quindi, scomodare la famigerata scuola australiana di Portal e Impetuous Ritual, così come i nomi di quegli adepti – Abyssal, Altarage, Irkallian Oracle – in grado di rileggerne in modo autorevole gli insegnamenti e di ritagliarsi a loro volta una posizione privilegiata all’interno del filone, per un disco che, se è vero che non appone un marchio personale e distintivo a certe formule, ne adotta il linguaggio con la sicurezza e la fluidità di chi lo ha compreso a fondo.
Un album che, come spesso accade in questi casi, va prima di tutto ‘capito’, accettando di farsi trapanare poco per volta il cranio e di percorrere una strada dove l’armonia è sostituita da stridori ineffabili dall’Abisso, ripetizioni a generare un senso di trance perverso, forme contorte su uno schermo mentale alterato dalla paranoia, per una tracklist la cui densità aumenta con il passare dei minuti fino a diventare quasi insostenibile.
Oltre al songwriting vero e proprio, sorta di magma in cui – più che i riff – a imporsi è puntualmente un’aria tetra e pesante, un’atmosfera sospesa da incubo noise o dark ambient, a giocare un ruolo cruciale in questo processo di annientamento sono anche delle scelte di produzione crudissime (in grado di erodere fino all’anima gli strumenti), e una prova al microfono fra le più deviate ascoltate in tempi recenti, il cui peso specifico non può davvero essere ignorato al momento di trarre un bilancio su questi quarantacinque minuti di rituale allucinatorio collettivo.
A fronte di una simile ‘mattonata’, è chiaro come citare un brano piuttosto che un altro diventi un esercizio superfluo: per sua stessa natura, infatti, il ritorno dei Mylingar è di quelli che invitano all’assimilazione totale; un continuum sonoro senza possibilità di appello, che consolida la visione del progetto nel circuito scandinavo più ostico e sfuggente in attesa che gli autori di “Apollyon”, un giorno o l’altro, riemergano dalle tenebre.
