6.0
- Band: MYRATH
- Durata: 00:46:52
- Disponibile dal: 27/03/2026
- Etichetta:
- earMusic
I Myrath proseguono in maniera molto decisa e marcata il percorso già segnato con il precedente album, “Karma”: un percorso che potremmo definire di ‘codfertizzazione’ del loro stile (ci perdonerete per il neologismo), con chiaro riferimento al tastierista e produttore Kevin Codfert.
Come si ricorderà, quest’ultimo, pur avendo collaborato con la band già da molto tempo, era diventato a tutti gli effetti anche il tastierista ufficiale dopo la separazione per divergenze stilistiche da Elyes Bouchoucha, che era stato uno dei fondatori e dei maggiori fautori dello stile della formazione tunisina, molto apprezzato al punto da aver consentito anche una certa affermazione a livello internazionale della band, cosa certamente rara e per nulla scontata per unaformazione di provenienza nordafricana, specialmente in ambito metal.
I Myrath, però, in tal senso, si erano fatti un nome, mettendosi in evidenza per un prog metal mescolato con sonorità etniche magrebine e mediorientali, in un mix davvero convincente e anche alquanto originale.
In seguito, con l’album “Legacy”, era avvenuta la svolta verso uno stile più semplice ed orientato ad un metal melodico molto classico, salvo poi trovare un maggiore equilibrio con il loro background nel successivo “Shehili”.
Con “Karma”, assodato un ruolo sempre più importante da parte di Kevin Codfert, si assisteva però ad una nuova evoluzione stilistica, più orientata a quella che è la sua visione musicale e che ora viene ulteriormente amplificata in questo nuovo lavoro: meno metal (anzi, ad essere sinceri, quasi nulla), più orchestrazioni classiche, niente più fioriture e meno sonorità arabeggianti, molto ridotte.
Per contro, per questo lavoro, si opta per sonorità e ritmi che rimandano alla musica dell’Africa sub-sahariana, quindi ben distanti dalla cultura e dall’identità tunisina (ma, d’altronde, Codfert è francese e non vi è motivo per cui vi debba essere particolarmente legato), che curiosamente ritroviamo però concentrate solo nella prima metà della tracklist.
“The Funeral”, in tal senso, è un pezzo veramente interessante (e uno dei pochi che mantiene ancora qualche parvenza di sonorità metal), con il suo forte rimando ai ritmi e al calore dell’Africa ‘nera’, così come suona tutto sommato intrisa di una sua potenza espressiva “Until The End”, dove compare in veste di guest Elize Ryd (Amaranthe), che duetta in maniera molto efficace con il cantante Zaher Zorgati.
Su “Les Enfants Du Soleil” si apprezza la presenza di un coro di voci bianche ma, al di là di questo, diciamo che in fondo i Myrath non sono certo i primi che cercano di mescolare queste sonorità con il pop rock (basti pensare negli anni ’80 a diverse cose di Paul Simon o Peter Gabriel, ad esempio) e non possiamo dire che, in linea di massima, i risultati siano così strabilianti o innovativi.
Nella seconda parte della tracklist, ritroviamo una buona power ballad come “Soul Of My Soul”, ma merita una menzione speciale “The Clown”, il brano più introspettivo del disco, caratterizzato da una performance molto intensa e toccante da parte di Zorgati e con un intermezzo in arabo.
In generale, nel disco c’è sicuramente il tentativo da parte di Codfert di ampliare gli orizzonti del gruppo, ma la nostra sensazione è che questo processo sia stato condotto senza rispettare fino in fondo quella che è in realtà l’identità stessa dei Myrath, quelle caratteristiche che li hanno resi amati e apprezzati in tutta Europa e non solo.
La band, a partire da “Legacy”, aveva voluto superare l’etichetta di ‘Dream Theater nordafricani’, optando per un genere potenzialmente più commerciale, ma resta il fatto che i Dream Theater e altri gruppi prog metal riempiono i palazzetti mentre ci sono, per contro, tante band che suonano metal melodico sono già alquanto soddisfatte se riescono a radunare qualche centinaio di persone ai propri concerti.
Di fatto, adesso viene invece fatto un ulteriore passo, rompendo ogni legame con le proprie stesse radici: con questo intendiamo dire che i Myrath sono passati da essere protagonisti e innovatori di un genere a suonare qualcosa che li ha portati molto distanti da quella che era la loro identità. Siamo del parere che, possibilmente, credendo un po’ di più in quello che facevano, avrebbero pian piano raggiunto sempre maggiori risultati, mentre ascoltando quest’album non si sa davvero più chi siano, cosa suonino e a chi dovrebbero piacere.
Naturalmente, non ci permettiamo di entrare nel merito delle scelte stilistiche della band, ma ascoltando questo disco abbiamo il serio timore che i fan di vecchia data potrebbero ormai definitivamente voltare loro le spalle dopo il già deludente “Karma”; allo stesso modo, di fatto, la band non riesce neppure ad essere realmente accattivante al punto da attirare davvero masse di nuovi fan.
A nostro avviso, “Wilderness Of Mirrors” è un album che non sarebbe neanche tanto male a livello di songwriting, ma le canzoni sono penalizzate da arrangiamenti decisamente poco metal e poco potenti, che fanno perdere tanto della loro forza espressiva.
I Myrath non sono un gruppo di pop rock ottantiano e questo non è un disco che a nostro avviso rispecchia appieno l’identità della band, finendo per risultare ad ogni ascolto sempre più stucchevole e ovattato.
Magari Codfert e Zorgati avrebbero potuto mettere in piedi un altro progetto per dare vita a queste loro idee, ma siamo sinceramente davvero molto perplessi di come siano ormai diventati i Myrath e di quella che è la loro proposta musicale.
