8.0
- Band: NADJA
- Durata: 00:47:27
- Disponibile dal: 31/10/2012
- Etichetta:
- Broken Spine Productions
Amanti del drone-droom versatevi l’assenzio, abbassate le luci e mettetevi comodi: uno degli assoluti protagonisti del genere è tornato con quella che è forse l’opera più compiuta, ispirata e memorabile della sua intera carriera, e senza dubbio il miglior album del genere nel 2012. Aidan Baker (come sempre splendidamente accompagnato dalla immancabile Leah Buckareff) è infatti tornato con un nuovo, splendido lavoro dei Nadja, che mai come prima è riuscito nell’immensa impresa di concretizzare e glorificare il sound di uno dei progetti musicali più astratti, ostici e introversi mai apparsi sul panorama heavy-sperimentale mondiale. “Dagdrøm” infatti finalmente mostra il lato musicale e compositivo dei Nadja, quello “suonato” dunque, probabilmente per la prima volta a cospetto di una discografia sempre fatta più di noise e inafferrabile improvvisazione che di soluzioni “rock” vere e proprie. “Dagdrøm” è un lavoro un cui Baker è riuscito ad accostare all’impenetrabile sfera emotiva del drone-doom tipico dei Sunn O))) la familiarisssima e penetrante eleganza dello shoegaze rock dei My Bloody Valentine e la melodia malinconica e ultra-pesante degli Jesu di Justin Boradrick. Proprio a questi ultimi – gli Jesu – il nuovo corso dei Nadja fa maggiore riferimento infatti, e “Dagdrøm” pare quasi il fratello gemello mai nato dell’EP “Silver”, capitolo in cui Broadrick coniugò nella maniera più sublime e archetipica il suo famoso animo artistico bi-partito fatto di dream-pop onirico, industrial e doom metal squassante. Baker con “Dagdrøm” ha come raggiunto quelle stesse vette ma in un altro luogo e con un percorso diverso. Grande enfasi è data infatti alle voci, un elemento in cui Baker ha tralasciato ogni elemento heavy per concentrarsi piuttosto su una performance vocale flebile, sognante, angelica, quasi sussurrata o mormorata. Altro protagonista assoluto sono le percussioni, onnipresenti, mai sfocate, mai irrilevanti, ma sempre ottimamente impostate per dare al lavoro quell’essenziale taglio rock e “suonato” che fa di questo disco un lavoro sì colossalmente heavy astratto e soffocante, ma anche fruibilissimo e tremendamente abbordabile, quasi orecchiabile o persino melodico. La magia che ha compiuto Baker, infatti, sembra essere questa: l’aver saputo dare un supporto concreto al suo solito immane e immenso impianto di rumore e feedback con una forma canzone e una struttura musicale familiare e affatto introversa o ermetica che ha saggiamente spianato la strada ad un lavoro potentissimo sia sotto l’aspetto concettuale che propriamente strutturale. In “Dagdrøm” gli amanti del noise, del post-metal e del drone-doom troveranno forse una delle uscite nel genere più coese e intelligentemente concrete mai realizzate, mentre gli ascoltatori più casuali che amano sonorità “metal” più familiari e tradizionali rimarranno colpiti nel sentire per la prima volta un lavoro di metal sperimentale che non appare affatto ermetico e incomprensibile bensì tremendamente fruibile e abbordabile pur nella sua immane pesantezza e rumorosità.
