7.5
- Band: NADJA
- Durata: 00:23:21
- Disponibile dal: 01/04/2014
- Etichetta:
- Broken Spine Productions
Poche band si trovano in uno stato di grazia totale come i Nadja. Non solo la band è stata capace negli ultimi anni di attingere ad un’ispirazione e prolificità superiori, ma sembra qualitativamente persino superarsi ad ogni uscita, accostando alla quantità inverosimile della musica anche sempre una quantità di valore artistico incredibile. Dopo aver appena licenziato il pauroso capolavoro “doom-gaze” “Queller”, il duo canadese stavolta si è concesso il lusso neanche un mese dopo di rilasciare un EP devastante sotto ogni aspetto possibile e immaginabile, un lavoro qualitativamente inattaccabile che Aidan Baker e Leah Buckareff stessi hanno definito “il nostro primo album grindcore”. Ora, per chi conosce e apprezza i Nadja, questa è un’affermazione che fa balzar dalla sedia e che mette un sorriso sul viso a tremila denti. Una delle band band doom metal più pesanti del pianeta che decide di accelerare con i BMP? La premessa sembra essere una di quelle cose da non perdere per nulla al mondo, quasi fosse una sorta di sogno ad occhi aperti. Poi si preme ‘play’ su “Tangled” e si scopre che il miracolo è vero, che la bestia esiste davvero e che per molti di noi ascoltare questo lavoro è come assistere ad un sogno che si realizza. Nulla dell’impianto sonoro del duo è però cambiato: il loro sublime controllo di frequenze ultra basse, l’uso apocalittico delle drum machine, il gusto per le atmosfere e per un soundscaping abissale e soprattutto la loro ingegneria sonora sublime nella costruzione di muri sterminati di fuzz e feedack di inconfondibile venerazione shoegaze. Tutto rimane preservato dunque dell’iconico immaginario post-doom e industrial dei Nostri, ma il duo ha anche tenuto fede alla premessa fatta e, sebbene “Tangled” non sia un disco tecnicamente grind, è comunque una fottuta fucilata in faccia. Un album scatenato e pesantissimo. Le drum machine come i pistoni del diesel di un camion creano una prolusione squassante che materializzano un cingolato sludge inarrestabile, le chitarre acciaccano ogni cosa incontrata sul loro cammino con una pesantezza e potenza da lasciare senza parole, le voci reclamano sangue ad ettolitri con urla belluine e ferali annegate in una pestilenza infinita di feedback e tensione statica. Siamo di fronte ad un rullo compressore, non ad un semplice album metal. Un crocevia di pesantezza e devastazione incredibili in cui si incontrano My Bloody Valentine, Godflesh, Ministry, Red Harvest, Agoraphobic Nosebleed, Jesu e Codeine tutti sintetizzati in maniera sublime in una nuova, splendida e spietata arma di distruzione di massa musicale.
