7.0
- Band: NARAKA
- Durata: 00:55:33
- Disponibile dal: 24/10/2025
- Etichetta:
- Art Gates Records
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A quattro anni dal debutto “In Tenebris” tornano sulle scene i francesi Naraka, compagine originaria di Parigi ma con propaggini anche nel sud più remoto e ‘pericoloso’ della Francia, ovvero Marsiglia, da dove proviene il ben noto batterista Franky Costanza, ex Dagoba.
E partendo proprio da qui con la recensione, dai Dagoba, possiamo affermare con forza quanto i Naraka siano vicini stilisticamente e anche concettualmente alla band capitanata dal vocalist Shawter: un po’ per la vaga assonanza del monicker – sebbene ‘naraka’ sia una parola derivante dal sanscrito che identifica l’Inferno nelle religioni induista e buddista, e non un pianeta preso dall’universo Star Wars – un po’ per l’outfit molto simile riscontrabile nelle foto promozionali dei due gruppi, ma soprattutto per l’approccio bombastico della produzione dei dischi e per il songwriting messo in pista, ebbene le associazioni tra questi due gruppi transalpini sono parecchio immediate.
Suono moderno, brutale ma anche potentemente melodico, è quello che esplode dai solchi del secondo lavoro sulla lunga distanza dei Naraka, intitolato “Born In Darkness”, che, oltre ad avere nel death metal melodico con vaghi rimandi a del futurismo industriale e nel groove metal le ispirazioni più pronunciate, presenta una sempre più crescente componente sinfonica e orchestrale, soprattutto se messo in paragone con l’album precedente, più aggressivo e serrato, componente che a tratti fa davvero pensare ad una copia francese dei Septicflesh: basta infatti ascoltare “The Reign In Red” (dove guarda caso partecipa proprio Sotiris Vayenas!), la strumentale di centro album “Deus Belli”, la slayeriana “Sorcerer”, oppure la più marziale “Something Woke Up” per rendersi conto di quanto il gruppo greco riesca a fondere il proprio DNA in questa formazione francese, la quale, pur neanche personalizzando lo stile quel tanto che basterebbe a farcela crescere in stima, si dimostra almeno ottima nel riprodurre sonorità altrui. E ad alcuni certamente ciò basterà per inserire i Naraka e “Born In Darkness” nei dischi prossimo all’ascolto.
Quindi ok, avrete già capito che la quasi perfetta formalità, oggigiorno minimo sindacale occorrente ad un disco per considerarsi riuscito, non manca: i Naraka prendono Dagoba, Septicflesh, Gojira, Fear Factory (sentite la title-track e diteci se il riffing non esce dalla sei-corde dei Gojira e le linee vocali dalla voce di Burton C. Bell!), Machine Head, Slayer e tutto quello che c’è in mezzo e si collega, e sperano con questo lavoro di sfondare qualche porta.
Una produzione pompatissima con Logan Mader alla consolle aiuta non poco a farsi trascinare nel vortice di groove e potenza emanata dal quartetto parigino-marsigliese, che vede nel riffmaker Jean-Philippe Porteux una bella mitragliatrice e nella coppia ritmica Krauzer-Costanza una riserva di munizioni davvero notevole. Ma siccome non ci piace troppo parlare di armi in questo periodo, andiamo alla ricerca anche di un lato negativo: il cantante Théodore Rondeau non sempre convince appieno, più che altro quando sforza inutilmente il growl per trasformarlo in uno scream davvero poco efficiente. Nel ‘lentone’ “Lost” (anche rivisto in chiusura di lavoro in una pressoché inutile versione acustica) e in “Parasite” Rondeau cerca di deliziarci con un grave vocione molto darkwave per portare un po’ in alto le quote di oscurità che questo “Born In Darkness” brama di avere.
Sono però altre le canzoni che ci fanno ben sollevare il pollice verso l’alto, aventi nulla di così particolare o diverso rispetto a quanto già descritto in abbondanza, ma per semplici ragioni riconducibili a scelte di gusto o azzeccate soluzioni ecco che i brani centrali corrispondenti ai titoli di “Blazing Sun”, “Hellhound” e “Tyrants” spiccano sul resto della tracklist.
Insomma, per chi non riesce a stancarsi di questo groove modern death metal dalle tinte sinfoniche, multicolore e – diciamolo – molto derivativo, i Naraka potrebbero essere un ascolto quantomeno divertente e riempiente un paio delle vostre giornate. Il più classico dei sette pieno.
