6.5
- Band: NATAS
- Durata: 00:35:09
- Disponibile dal: 18/11/2025
- Etichetta:
- Dusktone
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Questo secondo disco dei black metaller norvegesi Natas ha portato chi scrive a fare un po’ di filosofia da baretto: esattamente come un bicchiere mezzo pieno può essere visto anche mezzo vuoto, quando pensiamo che un disco sia un mezzo capolavoro, l’altra metà come andrebbe definita e come renderebbe il suddetto disco? Un mezzo fiasco, una metà solo accettabile? E un altro che ci sembra una mezza ciofeca diventa allora mezzo bello?
Forse meglio lasciar stare la filosofia spiccia e dedicarci alla musica; ma è proprio qua che torna il nostro pensiero, perché questo “Mara” è davvero un disco con due metà: una molto buona (non un capolavoro, ma comunque con del materiale di buona fattura) e una davvero fiacca; fosse semplicemente un album mediocre, sarebbe tutto più facile, ma metà disco ci è piaciuto davvero.
La prima parte di “Mara” è avvincente: un black metal sì classicissimo e omologato, ma spinto, melodico e violento, cattivo, teatrale, che gioca sul filo del pacchiano, ma resta in un buon equilibrio. I brani sono ispirati, anche la ‘finta’ “Fossegrim” – di fatto un’intro con una batteria lineare e qualche urlo – ha un certo tiro, un’atmosfera che fomenta e fa immaginare l’inizio di un vortice malefico; il quale, peraltro, si concretizza con “Book Of Destruction”, dove la band va veloce, sciorina riff classicamente norvegesi, rallenta e riparte con brio.
O, ancora, “Hear That Whisper”, con un incedere darkthroniano marcissimo e sporco, capace di sorreggere con quattro minuti di midtempo e accelerazioni un brano che sembra un brano uscito dagli anni Novanta.
Poi non sappiamo esattamente cosa succeda dopo la rallentata ma veemente “Dying Sun”, ma c’è un calo abbastanza chiaro: gli ultimi tre brani ci sembrano fiacchi, senza i guizzi chitarristici che avevano caratterizzato la prima parte del disco, quasi fossimo di fronte a dei demo o delle jam. Non bruttissimi, dunque, come non capolavori quelli prima, ma questi sì davvero mediocri.
Un pallido arpeggio e un assolo sono il punto che risalta maggiormente in “Mitt Skript”, brano lento senza grandissimi scossoni se non una parte di batteria e basso messa lì per fare minutaggio (funzionerà sicuramente meglio dal vivo), e anche la successiva canzone è un abbastanza piatta. Ci si rialza un pochino verso la fine con “Death Beyond Death”, ma stiamo parlando di un pezzo normale, senza infamia né lode, che scorre con i suoi riffini ‘normali’ su un’andatura dritta, con un finale che sembra quasi improvvisato dal vivo, tanto arriva frettoloso.
Forse tre brani non valgono la stroncatura di un disco – e infatti non lo stronchiamo – ma, messi così, uno dietro l’altro, sembrano quelle canzoni scartate magari qualche anno prima, quando si era meno esperti e messe a forza per creare minutaggio, quando invece un EP con soltanto i primi cinque brani (contando anche “Fossegrim”) sarebbe stato una bella mazzata.
In questi casi è difficile dare più di una sufficienza abbondante, perché i ragazzi sono dotati ma non si applicano – o, meglio, si applicano solo a metà, lasciandoci l’amaro in bocca.
Peccato davvero perché, anche se non originalissimi, quando girano lo fanno bene, questi Natas.
Li aspettiamo alla prossima, con più focus sull’obiettivo (loro) e con la penna rossa in mano (noi).
