6.5
- Band: NATTRADIO
- Durata: 00:52:17
- Disponibile dal: 12/12/2025
- Etichetta:
- Darkness Shall Rise Productions
Con “The Longest Night”, i Nattradio proseguono il proprio percorso alla ricerca di un suono personale e riconoscibile, dopo un debutto che già mostrava alcune discrete potenzialità. La definizione scelta dal duo svedese, doom noir, risulta in effetti piuttosto calzante per descrivere un album che cerca quasi sempre di muoversi su coordinate eleganti e decadenti, fondendo il passo greve e malinconico di certo dark metal di un tempo con una componente elettronica e darkwave a tratti piuttosto marcata. Il risultato è un lavoro dalle atmosfere notturne, urbane e introspettive, dove il peso delle chitarre lascia talvolta spazio a synth e soundscape che dominano la scena, creando un continuum sonoro morbido e rarefatto.
L’approccio del progetto è tutto giocato sull’equilibrio e sulla misura: non c’è quasi mai un vero e proprio culmine emotivo, quanto piuttosto una lenta immersione in un flusso che avvolge e accompagna. La voce di Martin Boman, in sede di presentazione direttamente paragonata a quella di Jonas Renkse dei Katatonia, in realtà si mantiene su registri più freddi e distaccati, quasi narrativi. È una scelta coerente con l’impostazione del disco, che rinuncia alla teatralità per privilegiare un tono uniforme, controllato, in linea con la componente strumentale. Non c’è una figura al centro del palco: voce e strumenti spesso convivono sullo stesso piano, come parti di un unico paesaggio sonoro.
Le influenze sono evidenti e tutto sommato ben integrate: si riconoscono echi degli Ulver dei primi anni Duemila, soprattutto nel modo in cui la band ogni tanto prova a scomporre le strutture tradizionali per costruire brani più atmosferici e dilatati. Al tempo stesso emergono richiami ai Tiamat, ai Cemetary e ai Paradise Lost del medesimo periodo, quando le derive elettroniche cominciavano a intrecciarsi con le radici metal. Alcune tracce, come “Alright For Now”, cercano di dare una scossa al flusso generale con ritmiche più decise e aperture quasi catchy, ma sono episodi isolati, che paiono pensati più come variazioni che come rotture vere e proprie. Il cuore del disco resta in pezzi come “Night”, dove l’equilibrio tra malinconia e melodia raggiunge la sua forma più compiuta: il chorus si insinua lentamente, la tensione resta sotto la superficie, e tutto funziona con un naturale senso di misura. È in momenti come questo che i Nattradio mostrano le loro qualità migliori, dimostrandosi capaci di costruire ambienti sonori intimi e suggestivi.
Nel suo insieme, “The Longest Night” è un lavoro curato e coerente nella visione, anche se a tratti forse troppo controllato per lasciare un segno profondo. La tracklist trova ogni tanto lo spiraglio giusto per farsi ricordare, con delle pennellate di melodia particolarmente evocative, mentre in altre occasioni resta un po’ incompiuta: certo intima, riflessiva, ma anche sin troppo fredda, poco decisa nel dare l’affondo per entrare davvero nel cuore di chi ascolta. Un lavoro comunque capace di evocare suggestioni sincere e, a suo modo, di consolidare l’identità del progetto. Un capitolo più di conferma che di svolta, il quale prepara con discrezione ciò che potrà venire dopo.
