6.5
- Band: NECROFIER
- Durata: 00:57:53
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Metal Blade Records
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Con “Transcend Into Oblivion”, i texani Necrofier proseguono senza deviazioni il loro percorso all’interno del black metal melodico di chiara scuola anni Novanta: un percorso coerente e ragionato, ma anche fin troppo rispettoso dei modelli di riferimento, al punto che l’album finisce per sembrare più un esercizio di stile che un reale passo in avanti.
L’ispirazione a Dissection e Watain è talmente evidente da tradire un’evidente radice programmatica, ma questo in sè non è affatto un male: il gruppo si ispira chiaramente a quel panorama e ai suoi codici ben precisi. Il punto non è nemmeno che “Transcend Into Oblivion” sia un album che si colloca all’interno di una comfort zone piuttosto evidente e, sebbene in alcuni frangenti risulti piuttosto efficace, non voglia fare un passo per uscirne, rimanendo incastrato in una scrittura elegante ma raramente davvero incisiva.
Il vero problema è che nel suo complesso l’album non ha un guizzo particolare, non tocca corde che ci risvegliano da un torpore generato da sì musica gradevole, ma mai davvero graffiante.
Il disco è strutturato su alcune mini-suite legate da un concept unitario e da un’atmosfera costantemente cupa e solenne. L’idea funziona in alcuni frangenti – “Servants of Darkness, Guide My Way I” ha un tiro di tutto rispetto, ad esempio – ma tra una durata piuttosto corposa (circa un’oretta per dodici brani più o meno simili), l’assenza di picchi e di momenti di rottura, l’ascolto risulta progressivamente stancante, con passaggi che tendono a confondersi l’uno nell’altro.
Insomma, in un certo sensi non ci sono veri e propri intoppi, e forse questa formale correttezza finisce per annoiarci: i dodici brani sono tutti strutturati molto classicamente, con riff aspri, blast-beat e ripartenze, non senza qualche breve intermezzo di lugubre pianoforte, e qualche midtempo con un tappeto di tastiere in sottofondo.
Musicalmente siamo dalle parti di un black metal melodico tipicamente scandinavo, nonostante la provenienza texana del gruppo, con riff glaciali, armonizzazioni malinconiche e un incedere che guarda dritto alla scena di trent’anni fa.
In alcuni passaggi affiorano anche echi dei Sacramentum, mentre sul fronte sinfonico non mancano richiami a volte piuttosto sfacciati agli Emperor, come accade in “Fire of the Apocalypse, Light My Path I”, pure nient’affatto male.
Insomma, “Transcend Into Oblivion” è un disco formalmente inattaccabile: suonato bene, prodotto con cura e sorretto da buone intuizioni compositive. Un lavoro piacevole, ma nulla più, per un ascolto che scorre via senza lasciare grandi segni, e che difficilmente verrà ricordato nel grande libro del nero metallo.
