7.5
- Band: NECROMORBID
- Durata: 00:37:16
- Disponibile dal: 17/04/2026
- Etichetta:
- Godz ov War
Con “Ceremonial Demonslaught”, i Necromorbid tagliano il traguardo del terzo full-length e lo fanno con un piglio che tradisce una consapevolezza nuova, quasi sfrontata nella sua lucidità. Se è vero che il terzo disco è spesso quello della maturità, nel loro caso non si tratta tanto di una sterilizzazione dell’istinto, quanto di una sua canalizzazione più sottile e velenosa. L’immaginario resta quello di sempre – terrorismo in chiave satanica, iconoclastia senza filtri – ma il modo in cui viene tradotto in musica appare più ragionato, più insinuante, un filo meno legato al puro impatto frontale.
Bastano pochi ascolti per accorgersi che qualcosa si è mosso: i Necromorbid allungano le strutture, si prendono il tempo necessario per far sedimentare le idee, inserendo alcuni dei brani più estesi del loro repertorio, senza però rinunciare a un paio di fendenti più diretti e brutali. È proprio questo gioco di contrasti a rendere il disco vivo: da una parte la furia cieca, dall’altra una regia più attenta, che orchestra il caos invece di subirlo. In un sottogenere dove la saturazione è ormai la norma e il richiamo al cosiddetto war metal rischia di diventare manierismo, “Ceremonial Demonslaught” trova insomma la propria identità nei dettagli. Non tanto nella superficie – che resta volutamente abrasiva – quanto nel sottobosco di variazioni che anima ogni traccia. I cambi di tempo sono continui, ma mai esibiti; il riffing si increspa, si deforma, si contorce senza mai perdere coesione. È qui che si percepisce la crescita: nella capacità di far convivere tensione e fluidità, disordine e controllo, cosa che fa intendere anche una grande padronanza strumentale.
Le coordinate stilistiche restano riconoscibili e, come per tante altre band del filone, i riferimenti a nomi come Black Witchery, Demoncy, Adorior o Archgoat emergono in filigrana, ma i Necromorbid evitano la trappola dell’imitazione pedissequa. Il trio lavora per sottrazione e innesto, lasciando che elementi black, death, thrash e perfino punk si fondano in un organismo unico, senza strappi evidenti. Il risultato è una scrittura che scorre con una naturalezza quasi beffarda, tanto più efficace quanto meno appariscente.
I brani più lunghi sono il vero banco di prova, e non deludono: “Perverted Abhorrence Domain” e “Inverse Cruxifixiation” si attestano sui sei minuti senza dare mai l’impressione di dilungarsi; al contrario, costruiscono un senso di progressione costante, fatto di accumuli e deviazioni che invitano a tornare sui propri passi. Anche “Blasphemous Incantation from Beyond”, poco più compatta, si muove su territori simili, confermando una vena compositiva ambiziosa e sfaccettata. Non tutto, va detto, si mantiene su questi livelli: qualche passaggio più telefonato tende a scivolare via con meno mordente. Ma è un difetto relativo, quasi fisiologico in un disco che punta così tanto sulla varietà interna. Nel complesso, la visione regge, eccome, e anzi guadagna punti proprio grazie a questa tensione tra immediatezza e profondità.
A chiudere il cerchio, c’è una produzione che colpisce nel segno: il mastering di Arthur Rizk (Power Trip, Tomb Mold, Integrity) dona corpo e definizione, mantenendo intatta quella sensazione di minaccia latente che attraversa tutto il lavoro, contribuendo a presentarlo come un capitolo che non si limita a colpire, ma che resta. Un passo avanti netto, costruito senza proclami ma con una lucidità che, nel contesto, suona quasi sovversiva.
