7.0
- Band: NEKRODAWN
- Durata: 00:45:57
- Disponibile dal: 21/08/2026
- Etichetta:
- War Anthem Records
Quando quattro veterani della scena death metal svedese decidono di unire le forze, l’attenzione si accende comunque, anche se non si tratta di nomi da cartellone principale. I Nekrodawn mettono insieme Jonas Kjellgren (ex Centinex, Carnal Forge), Mika Lagren (ex Grave), Johan Jansson (Interment, Moondark) ed Henrik Axelsson (ex The Crown): musicisti solidi, con una lunga militanza alle spalle, più affidabili che celebrati, più riconoscibili dagli addetti ai lavori che davvero “di richiamo”.
Già con il debutto “Sculpted by Torture”, uscito un paio d’anni fa, il quartetto aveva scelto di spiazzare chi si aspettava un ritorno alle forme più ortodosse di quella vecchia scuola oggi tanto celebrata, puntando invece su un death metal più rotondo, lineare e attraversato da groove e puntuali aperture melodiche. Questo secondo full-length, “Covenant of Carnage”, non cambia quindi rotta: semmai, la rende più sicura e più definita, come una strada già battuta che ora viene percorsa con passo ancora più deciso. I dodici brani raccolti nei circa tre quarti d’ora del disco riprendono dunque le coordinate stilistiche dell’esordio: riff pieni, andature pesanti, frequenti midtempo e un gusto per delle melodie gelide che non alleggeriscono davvero il peso del suono, ma gli danno una forma più tagliente. Il risultato richiama spesso gli Hypocrisy della fase più moderna, quella avviata nei primi anni Duemila, con qualche eco dei Blood Red Throne e dei Bloodbath più monolitici. Più che scavare nelle fondamenta del death metal scandinavo, i Nekrodawn sembrano insomma voler fotografare una stagione precisa del genere, quando certe band cercavano di rinnovarsi senza perdere del tutto in impatto. È un disco che quindi non guarda indietro con nostalgia, ma nemmeno avanti con ambizione: resta fermo in una zona intermedia, come se avesse trovato il proprio habitat in quel punto esatto in cui un certo death metal europeo aveva provato a smettere di essere puro assalto per iniziare a guardare anche a una vaga accessibilità.
Ed è proprio questa collocazione a renderlo interessante, almeno in parte. “Covenant of Carnage” ha il sapore di un lavoro fuori asse, quasi sospeso in una bolla temporale che rimanda a un death metal di transizione, lontano dalle stagioni più celebrate del genere. Non suona appunto come un disco nostalgico, perché non c’è il culto del vinile polveroso o del riff “come una volta”; non suona nemmeno come un album contemporaneo, perché evita tutte le soluzioni in voga nell’underground di oggi. Sta nel mezzo, e proprio lì trova una sua sorta di identità: quella di una macchina tutto sommato ben oliata che cerca di avanzare con costanza, lasciando dietro di sé una scia di ferro e cenere.
Naturalmente, quando a suonare sono musicisti con questa esperienza, il mestiere si sente: i pezzi sono costruiti con logica, gli incastri funzionano con buona regolarità e gli sviluppi non si perdono in inutili complicazioni. I Nekrodawn sembrano sapere bene che cosa vogliono ottenere e, nella maggior parte dei casi, ci arrivano senza esitazioni. Il disco dà il meglio di sé quando accelera senza perdere compattezza, quando il groove si intreccia con una spinta più nervosa e il brano prende forma quasi da solo. “Neath Skies of Iron”, la title track o “Feeding the Greed Machine” sono i momenti più convincenti: riff robusti, andamento naturale e una tensione che resta viva dall’inizio alla fine, senza bisogno di forzature. Quando invece il gruppo si affida troppo ai midtempo più stentorei e lineari, affiora qualche limite, per via di riff un po’ dozzinali, sì pesanti, ma al contempo privi di grandi contenuti. È soprattutto nella seconda metà dell’album che questa sensazione si fa più netta: il livello non cala troppo e il disco a suo modo scorre, però manca quel colpo di coda capace di trasformare una buona prova in qualcosa di più esaltante. In certi momenti i Nekrodawn sembrano procedere con grande sicurezza, in altri con un po’ troppa prudenza, come se avessero scelto di non rischiare mai davvero.
Alla fine, “Covenant of Carnage” è un lavoro che parlerà soprattutto a chi ha ancora un debole per certi Hypocrisy e, più in generale, per quella fase del death metal europeo in cui molte band europee cercavano di tenere in piedi la baracca mentre attorno imperversavano symphonic black metal e melodic death. Non è un disco che vuole riscrivere le regole del gioco, ma sa evocare un clima preciso, familiare e anche piacevole. E proprio in questa sua misura, in questa capacità di stare nel solco e di riportare in superficie suggestioni che oggi non si sentono quasi mai, trova il suo punto di forza più credibile.
