NEVERMORE – Dreaming Neon Black

Pubblicato il 21/01/2015 da
voto
9.5
  • Band: NEVERMORE
  • Durata: 01:05:06
  • Disponibile dal: 06/01/1999
  • Etichetta: Century Media Records
  • Distributore: Self

Questa puntata de I Bellissimi di Metalitalia.com vede come immagine in evidenza un’agghiacciante copertina, speriamo molto nota ai nostri lettori: rappresentata adagiata sul letto di un fiume dal color marron-grigiastro, c’è l’inquietante salma di una donna e il titolo ci dice che si tratta di “Dreaming Neon Black” dei Nevermore. Volendo limitarci a fare solo il nostro lavoro di recensori, spiegarvi come mai questo disco meriti di stare tra I Bellissimi è estremamente facile: la qualità della musica è inconfutabile e la prova tellurica di Van Williams alla batteria non è che uno dei punti di qualità che ci saltano all’orecchio. I vorticosi, pesanti, eclettici riff di Loomis e Calvert sono illuminati da una creatività che raramente si trova nell’ambito del normale thrash metal e l’aspetto originalità/personalità è pienamente soddisfatto da un Warrel Dane intimista e personale, che riesce a innestare melodie vocali uniche, assurde, sulla base ritmica creata dai compagni. Un lavoro, il suo, incredibile, di assoluto genio e inventiva, che permette al disco di allontanarsi dalla mera rabbia, spesso sentimento chiave nella musica thrash, per toccare un gamma di emozioni molto più vasta, quasi infinita. Questo, ed è già abbastanza, lo diremmo se, come si è anticipato, volessimo solo limitarci a svolgere la nostra mansione di critici. Ma per descrivervi meglio il valore assoluto, unico, di questo album, l’ottica giusta è quella dell’ascoltatore, del fan, non solo del critico. Perché questo disco, il terzo nella carriera dei Nevermore, ha un potere, un potere che in pochi hanno. Si parla spesso del fatto che un disco è come una finestra aperta sull’animo dell’artista e, personalmente, questo è forse l’album che meglio ci dipinge questo concetto. E quello che vediamo dentro questa finestra ci sconvolge, ci colpisce, ci lascia interdetti. C’è dolore, pessimismo, disperazione. Un nero che va oltre la definizione di colore: c’è quel nero che definisce piuttosto l’assenza del colore, l’assenza della luce stessa. Il mood è altalenante, claustrofobico, incostante, sempre in bilico tra emozioni forti e diversissime tra loro. La storia, appoggiata a fatti reali relativi a un momento particolarmente doloroso della vita del compositore Dane, la perdita della persona amata, è straniante, quasi psicotica. La pazzia (‘sanity slips away’), la rabbia (‘do words fall on deaf ears, are we too small’) e la disperazione (‘I wait for the world to end but it never ends’) compogono su ciascun brano un quadro a tinte nere più che fosche, un’immagine che mostra un disagio interno che non può essere ignorato. “Beyond Within” si basa sulle dissonanze e sulla prova nervosa alla batteria di Van Williams per creare il clima di forte disagio che ci accompagnerà nell’ascolto, mentre quel drammatico verso iniziale – ‘I feel so hollow’ – di “The Death Of Passion” ci comunica che nonostante un leggero addolcimento delle ritmiche, la drammaticità della musica non scenderà nemmeno di un gradino. Un primo punto di rottura nella mente del protagonista lo raggiungiamo con l’intensissima “I Am The Dog”, un capolavoro di emozionalità dove l’abrasività delle chitarre e della squilibrata prestazione vocale strappa via pezzi d’anima, non solo di pelle. La depressa e malinconica riflessività della meditativa title-track (un altro capolavoro assoluto) mostra squarci di bianco, su cui il nero dei lividi che per sempre rimarranno risalta ancora di più. “Deconstruction” distrugge ogni resistenza di chi ascolta… il riff è talmente spesso e presente che satura il nostro cervello, mentre ancora Warrel Dane disegna il suo lamento con una linea vocale avulsa, quasi dissonante in questo pesantissimo contesto. Dopo l’ira e il malessere di “The Fault Of The Flesh”, il capolavoro “The Lotus Eaters” si ammanta quasi di doom, e le note cupe del basso e della chitarra scordata rimbombano nella mente sul vuoto lasciato da “Deconstruction”, con il drumming ossessivo e pesante di Williams a segnare il tempo con incredibile maestria. Prima della disperata e pessimistica conclusione, i lugubri arpeggi di “All Play Dead” ci spiazzano nuovamente, comunicandoci che, in fondo, non avremo alcun lieto fine, e che il dolore è una realtà con cui tutti dobbiamo avere a che fare. Si finisce l’ascolto a volte spossati, a volte interdetti, mai indifferenti. Questo disco ha un potere, davvero. E, non a caso, negli anni è diventato colonna sonora dei momenti di dolore di molti di noi. E’ un disco che parla di un evento forse romanzato, forse addirittura immaginario, ma quello che trapela dall’allucinato pessimismo di questo platter è reale, ve lo assicuriamo. E, inevitabilmente, finisce per essere trasmesso anche a noi e colorare con queste incredibili note i momenti più neri della nostra vita. Disco unico, lo ripetiamo.

TRACKLIST

  1. Ophidian
  2. Beyond Within
  3. The Death Of Passion
  4. I Am The Dog
  5. Dreaming Neon Black
  6. Deconstruction
  7. The Fault Of The Flesh
  8. The Lotus Eaters
  9. Poison Godmachine
  10. All Play Dead
  11. Cenotaph
  12. No More Will
  13. Forever
18 commenti
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