4.5
- Band: NIBIRU
- Durata: 01:05:06
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Argonauta Records
Spotify non ancora disponibile
Apple Music:
Nel parlare del progetto Nibiru e della sua musica, uno degli aggettivi più gettonati è indubbiamente ‘difficile’. Perché di materiale relativamente facile da ascoltare, o anche soltanto non immediatamente respingente, Ardat (la mente e attualmente unico membro di questa entità) non ne ha mai offerto. In passato ha concesso qualche appiglio a un sentire extreme metal lievemente più canonico, mentre ora quella parte di carriera appare lontana, sfumata nei connotati, se stiamo a guardare a cosa Nibiru offra oggigiorno.
Così, il successore di “Anamorphosis”, unica traccia di oltre cinquantacinque minuti che andava a inghiottire ogni parvenza di sostenibilità uditiva, non va a stemperare i toni, offrendoci un altro concentrato di musica disturbante, spigolosa, tesa all’astrattismo, al rumore, ad accostamenti incostanti e ardui da comprendere.
Mettiamo subito in chiaro le cose: questa volta, pur con tutto l’impegno di questo mondo e lo sforzo nel comprendere il perché di un album simile, siamo riusciti solo a intermittenza a dare un senso all’ascolto. Siamo stati respinti, con perdite, da un’idea di suono mai così refrattaria a concedere un minimo barlume di ascoltabilità. Se già “Anamorphosis” si era spinto verso un estremismo concettuale e sonoro difficile da decriptare, ma aveva dalla sua una certa ricchezza di contenuti, per “Hypostasis” abbiamo la percezione che le idee siano più scarse e annebbiate. Ponendoci dinnanzi, molto spesso, a una semplice sfida uditiva dalle basi assai friabili.
L’opener “Azoth” e i suoi circa venti minuti di durata rappresentano uno stillicidio di drone/ambient uniforme, rumoroso e improntato a soffocare completamente ogni idea di musicalità. Sul piano meramente sonoro, non accade veramente nulla, se non il compiacimento nell’esibire rumore bianco sempre uguale, dalle variazioni minime e praticamente impercettibili, su cui ogni tanto si innalzano i recitativi deliranti di Ardat. L’aspetto vocale ci convince meno che in passato, del resto: i toni spiritati e costantemente sopra le righe di questo musicista li conosciamo, così come la propensione a un recitato da santone impazzito; in questa occasione, però, i toni sono fin troppo enfatici, esagerati, immersi in un bolo di rumore che non fa molto per valorizzarli.
Il resto della tracklist, purtroppo, non va molto lontano, proponendoci magari qualcosa di meno deforme e devastato, ma altrettanto tirato per le lunghe, privo – almeno per conto nostro – di significati profondi. Magari in realtà tali significati potrebbero anche esserci, se non fosse che ad alcune parentesi di terribile buio e di raggelante spavento, seguono sovente passaggi inutilmente disturbanti.
In alcune circostanze abbiamo qualche segnale di raziocinio, a dire il vero: “Binah” si apre con dei momenti lugubri aventi un certo fascino, per progredire successivamente in un rituale di atmosfere dark/tribali piuttosto suggestive, guarnito da fascinosi vocalizzi di Ardat. Il pianoforte gelido di “Idolum” avrebbe meritato miglior contorno e rinforzo, quando in breve la traccia va a prendere tutt’altra piega, indirizzandosi verso sembianze più corrotte e depravate.
Onestamente questo bailamme ridondante e prolisso di dark/ambient, industrial, sonorità rituali e sprazzi, più subliminali che altro, di black metal, ci lascia veramente poco: una “Shalicu”, per una buona fetta della sua durata costituita di soli drone sporchi, scabrosi, purulenti senza alcuna struttura o indirizzo ben preciso, induce al tedio, più che a un genuino e denso sgomento.
Ma è l’insieme che proprio è slegato, incostante, solo sporadicamente comunica quei sentori malati e di spiritualità distorta che così bene Nibiru ha saputo incarnare in passato: si tratta però solo di barlumi, nulla di chissà quanto consistente. Per conto nostro, la musica contenuta in “Hypostasis” è davvero povera di qualità e non all’altezza della discografia di Nibiru.
