6.5
- Band: NIGHTMARER
- Durata: 00:31:47
- Disponibile dal: 05/05/23
- Etichetta:
- Vendetta Records
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Se una copertina favolosa non bastasse ad attirare l’attenzione su questo nuovo lavoro dei Nightmarer, potrebbe forse farlo una rapida scorsa ai curricula dei musicisti coinvolti in questo progetto: The Ocean, Gigan e Altars sono solo alcune delle impronte artistiche di questo agglomerato internazionale di musicisti, dediti ad una fusione delle loro esperienze entro una sinuosa versione della materia death metal dissonante, già esplorata nel primo album pubblicato qualche anno fa.
In primissimo piano risalta subito la nitida pesantezza del suono, di chiaro stampo moderno, certo, ma non per questo meno opprimente e ficcante, su cui si intesse un gioco di alternanze tra arpeggi e riff abissali che funziona, già collaudato del resto da un nutrito filone musicale ben definito ormai, che gioca intorno a determinate soluzioni ed atmosfere gran parte delle sue carte. “Brutalist Imperator” e “Baptismal Tomb” irrompono roboanti sulla scena, proponendo in pochi minuti una rapida successione di rumori, silenzi, cambi di tempo e dinamiche da far girare la testa, mantenendo un filo conduttore nel tetro mood ambientale che aleggia sul suonato. Sensazioni cupe che pervadono anche la successiva “Throe Of Illicit Withdrawal”, basata però su trame più sbilenche e dedite alla sperimentazione, sfogata ad esempio anche nella transitoria “Tooms” e nella successiva “Suffering Beyond Death”, momenti di relativo riposo prima di tornare al martellante incedere di “Taufbefehl”, incalzante dapprima e pronta a collassare sotto un beat lentissimo sul finale. Si arriva quindi alla parte finale di “Deformity Adrift”, inaugurata dalla scolastica “Hammer Of Desolation” ed arrivando con “Endstadium” e “Obliterated Shine” alla chiusura del sipario, affidata ai brani maggiormente intrisi di un industrial/ambient oscuro, dal peso non indifferente nell’economia generale del sound dei Nightmarer.
Sempre ad un passo dal ‘rischio’ di cadere nell’onnivoro filone del deathcore, questo super-gruppo riesce a mantenere invece un carattere aggressivo e non ammiccante, evitando ad esempio disastrosi interventi in voce pulita, improbabili fusioni con altri generi o strutture dal piglio volutamente facile: “Deformity Adrift” rimane in questo senso un disco di dissonant death metal moderno tutto d’un pezzo, per quanto a tratti amorfo e destrutturato. Rimane qualche dubbio forse sulla costruzione troppo didascalica delle canzoni, basate su alcuni refrain (arpeggio sopra il blast beat, fugaci momenti di quiete, intermezzi di chitarra in mono..) che si susseguono quasi identici tra loro, ma chiunque apprezzi il carattere catatonico e muscolare di certo death metal di oggi, potrà sicuramente godere delle intricate partiture di questo full-length.
