7.0
- Band: NITA STRAUSS
- Durata: 00:59:13
- Disponibile dal: 07/07/2023
- Etichetta:
- Sumerian Records
Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui Nita Strauss suonava con le Iron Maidens, cover band dell’omonimo gruppo inglese. In questi anni, spesi calcando i palchi di tutto il mondo, la chitarrista statunitense è cresciuta, raggiungendo una visibilità che le ha garantito collaborazioni importanti con artisti internazionali, un endorsement con il famoso brand di chitarre Ibanez e l’entrata come membro ufficiale nella famiglia di sua maestà Alice Cooper. “The Call Of The Void” rappresenta un’importante pietra miliare di un percorso artistico che, ad eccezione di qualche piccolo inciampo, può definirsi un autentico crescendo.
Scorrendo la tracklist del secondo album solista della Strauss si rimane subito colpiti dal calibro dei nomi invitati a collaborare sui quattordici pezzi che compongono il full-length: molte declinazioni del rock e del metal sono state toccate, raggruppando artisti come Alissa White-Gluz degli Arch Enemy o Anders Fridén degli In Flames passando per astri nascenti come Dorothy Martin dei Dorothy, vere e proprie icone come David Draiman dei Disturbed e addirittura pezzi da novanta come Alice Cooper o Marty Friedman (ex Megadeth) sono scesi in campo prestando il loro talento per figurare affianco all’uragano Nita.
Ad un primo ascolto i pezzi composti sembrano piccoli ecosistemi musicali creati intorno agli artisti ospitati, dove il cantante di turno è libero di muoversi su un terreno musicalmente familiare ma, al contempo, caratterizzato dall’inconfondibile marchio di fabbrica della chitarrista statunitense. “The Wolf You Feed”, ad esempio, parte con un riff di chitarra che ha il colore inconfondibile di “War Eternal” degli Arch Enemy per poi lasciare spazio al growl aspro della White-Gluz prima di aprirsi in un ritornello pulito e melodico, in grado di riportare l’ascoltatore sull’attenti. Anders Fridén presta la sua voce su “The Golden Trail” che ha le tinte forti di “Foregone” degli In Flames e si porta dietro tutta l’energia del melo-death targato Göteborg. Il premio per il pezzo più bello e toccante dell’intero album va senza dubbio a David Draiman, amico di lunga data della chitarrista, che presta la sua voce calda e baritonale, nonché il suo songwriting, alla bellissima “Dead Inside”. Il brano, che si adagia su fraseggi da mille e una notte intervallati da sano djent, si è piazzato al primo posto della classifica Billboard’s Mainstream Rock per l’anno 2021.
L’unico pezzo che, sorprendentemente rimane – ad opinione di chi scrive – sottotono è “Winner Takes All” in cui figura Alice Cooper. Il pezzo si lascia ascoltare ma manca di quel mordente e di quella carica rock a cui Alice ci ha sempre abituati, oltre ad avere una struttura melodica poco ispirata e quasi riciclata da altre tracce. Brano assolutamente non da buttare, ma distante anni luce dai pezzi storici di Cooper.
La sezione cantata di “The Call Of The Void” convince e passa il test dell’ascolto ma non dobbiamo dimenticare che Nita Strauss è, prima di tutto, una virtuosa della chitarra, dotata di una tecnica esecutiva in grado di tener testa senza troppi problemi agli shredder più noti. I rimanenti brani dell’album sono puramente strumentali, scelta questa forse dettata dalla ricerca di una libertà stilistico-esecutiva che viene a mancare quando si è costretti a seguire la classica struttura ‘intro-strofa-ritornello’ di un pezzo cantato. I brani strumentali sono strategicamente posizionati all’interno della tracklist, quasi fossero intermezzi che preparano l’entrata del prossimo artista ospitato, come accade ad esempio per “Consume The Fire” o per l’intro “Summer Storm”. Infine, chiunque abbia messo le mani sulle sei corde metalliche di un’elettrica non potrà rimanere indifferente davanti a “Surfacing”, una bonus track messa a sigillo dell’intero album, nonché uno strumentale in cui anche la grande forza creativa della Strauss si placa per lasciare rispettosamente spazio alle idee melodiche di un’icona sacra della chitarra come Marty Friedman.
Un aspetto che vale la pena sottolineare riguarda il rilascio dell’album, che avviene letteralmente ‘a rate’ con l’uscita di sei singoli distribuiti nell’arco di circa due anni; mossa pensata dal punto di vista del marketing per far crescere l’appetito in attesa dell’opera finale. Sfortunatamente però questo approccio, che sicuramente paga in termini di visualizzazioni ed ascolti, finisce per uccidere la sorpresa che un ascoltatore dovrebbe provare davanti ad un album nuovo di zecca e il risultato è invece un qualcosa di familiare e parzialmente digerito già al momento dell’uscita.
L’opera di Nita Strauss non è un semplice album chitarristico in cui uno sterile virtuosismo viene sputato in faccia all’ascoltatore per ostentare una supremazia tecnica, nella maggior parte dei casi, inutile e fine a se stessa. “The Call Of The Void” è un solido album rock, composto sapientemente da una musicista che, raggiunta la sua maturità artistica, decide volutamente di dare uno spazio maggiore alla chitarra. Pur mettendo la sei corde sullo scranno che la regina di questo genere ha da sempre meritato, Nita Strauss non dimentica che l’elemento fondamentale di ogni album che si rispetti rimane sempre e solo uno: la Musica.
