7.0
- Band: NO CURE
- Durata: 00:31:00
- Disponibile dal: 10/07/2026
- Etichetta:
- Sharptone Records
Con “It Is Going to Get Dark”, i No Cure compiono il passo che ogni giovane band affamata sogna di compiere: pubblicare il primo vero album dopo aver attirato l’attenzione della scena underground attraverso una serie di EP convincenti e una presenza live pressoché costante. Il gruppo dell’Alabama arriva a questo traguardo forte di un’intensa attività concertistica che negli ultimi anni ne ha accresciuto la visibilità, trasformandolo in uno dei nomi emergenti più chiacchierati dell’area metalcore più estrema e contaminata.
Come prevedibile, chi per qualche ragione si aspettava rivoluzioni rispetto alle uscite precedenti resterà ovviamente deluso nel constatare quanto “It Is Going to Get Dark” sia in realtà una naturale estensione del percorso già intrapreso. Nessun cambio di rotta, semplicemente più brani, più minutaggio e un tentativo di trasportare sul formato full-length una formula che finora ha funzionato bene entro confini più contenuti. Alla base permane quindi quello stile ormai riconoscibile che, pur potendo essere genericamente definito metalcore, si alimenta continuamente di suggestioni death metal e thrash, alternando accelerazioni repentine, breakdown, groove nervosi e passaggi più caotici. I No Cure dimostrano ancora una volta di possedere gusti ampi e una evidente passione per differenti sfaccettature della musica estrema, qualità che contribuisce a mantenere il disco dinamico e imprevedibile almeno nelle intenzioni.
Proprio la maggiore durata dell’opera, però, finisce per evidenziare alcuni limiti che nei precedenti EP risultavano meno percepibili. L’impressione è che la band abbia incontrato qualche difficoltà nel mantenere la stessa concentrazione compositiva lungo una tracklist più corposa. Sarà forse una conseguenza della continua attività dal vivo e dei tempi necessariamente compressi dedicati alla scrittura, ma in alcuni momenti emerge una certa dispersione di idee. La questione è particolarmente rilevante perché la musica dei No Cure si fonda quasi esclusivamente sull’impatto dei riff. Quando questi centrano il bersaglio, azzeccando il groove giusto e una concatenazione brillante, il risultato è piacevolissimo; quando invece appaiono più ordinari o prevedibili, oppure assemblati in maniera macchinosa, il costrutto rischia di perdere parte della propria efficacia.
Nel corso dell’album non mancano episodi convincenti (vedi “Slowly Turning Blue” o “Convulsing in the Dark”, tra gli altri) e passaggi capaci di catturare immediatamente l’attenzione – anche per via del buon numero di ospiti al microfono, chiamati ad aggiungere ulteriori sfumature al comparto vocale – ma vi sono anche certe composizioni che sembrano sviluppate con minore ispirazione, limitandosi a garantire una dose standard di aggressività senza lasciare un’impressione duratura. Ne deriva un ascolto che va dal divertente all’altalenante, fatto di picchi e alcune flessioni. A un brano particolarmente riuscito segue magari un episodio più anonimo; un’intuizione interessante viene poi affiancata da un pezzo che appare quasi abbozzato. Nulla di tragico, perché si tratta di pochi casi, ma alcuni segmenti della scaletta danno l’impressione di essere stati inseriti senza una direzione precisa o senza quella verve che caratterizza i momenti migliori della band.
Resta comunque sempre apprezzabile l’approccio “frullatore” con cui i No Cure continuano a mescolare registri differenti e influenze eterogenee, con le chitarre che, anche in fase solista, spesso si cimentano in soluzioni non esattamente accostabili al mondo metalcore contemporaneo (vedi i ricami di “When the Spams Cease” o “My World in Flames”). È una caratteristica che conferisce una certa personalità al progetto e che anche ora lascia intravedere alcuni margini di crescita. Al momento, tuttavia, il gruppo non sembra ancora del tutto maturo quando si tratta di sostenere il peso di un album completo. Se gli EP permettevano di condensare soltanto il materiale migliore, il formato full-length richiede un focus e una continuità qualitativa che qui non sempre vengono espressi. Dal vivo, selezionando i brani più efficaci del proprio repertorio, i No Cure probabilmente continueranno a fare una bella figura; su disco, invece, devono ancora trovare il modo di trasformare quantità e intensità in una proposta costantemente solida.
