NOMEANSNO – Wrong

Pubblicato il 01/02/2020 da
voto
9.0
  • Band: NOMEANSNO
  • Durata: 00:39:54
  • Disponibile dal: 01/03/1989
  • Etichetta: Alternative Tentacles
  • Distributore:

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Have you heard the news? The dead walk…

Forza, è ora di togliere un po’ di polvere a certi capolavori dimenticati come questo. E dare a Cesare ciò che è di Cesare. Il giusto rispetto ad una band di questa caratura.
Correva l’Anno Domini 1989 e nella Columbia Britannica quei ragazzacci dei fratelli Wright, Rob e John, ne avevano eccome da dire. Come si poteva bersi una birra insieme dopo il Conservatorio e comunque ascoltare i Motorhead senza sensi di colpa? Come fare a mettere Frank Zappa sulle coordinate dei Dead Kennedys senza risultare degli intellettualoidi snob? Dopo tre album il pensiero era ancora quello. Ecco “Wrong”, dunque: l’album definitivo della mitica formazione canadese Nomeansno. Il basso distorto di Rob, sempre da annali di scuola di basso, in accoppiata fraterna con John dietro le pelli, uniti al mitico Andy Kerr (in questo disco citato come ‘None of your fucking business’) ed al suo grezzume punk diventano le armi più efficaci con cui poter fare un grande disco post-punk – inteso come l’oltrepassare dei canoni del genere, più che come riferimento pratico. I Motorhead dopo la scuola d’arte, insomma; i Devo in un trip jazz; i Wire sotto droghe psicotrope. Così si è detto per questa formazione, qui al suo apice di successo e ancora purtroppo misconosciuta ai più. Etichette che funzionano benissimo, ma che comunque non riescono a contenere l’espressività e le numerose sonorità espresse in “Wrong”.
Se si volesse categorizzare a pugni e a calci – come spesso si fa senza nemmeno rendersene conto – diremmo che qui c’è il punk-jazz nella sua forma più completa ed efficace. Con tutti i fronzoli e i crismi del caso. Già, qui dentro – e prima ancora nei dieci anni precedenti di attività della band, iniziati nel 1979 – c’è un mondo intero: c’era Jello Biafra (capo dell’etichetta Alternative Tentacles, che pubblicò il disco), c’erano lo spirito, le liriche, il suono del punk e al tempo stesso il suo futuro; c’era la disciplina dell’heavy metal, c’era il funk dei Red Hot Chili Peppers (quelli veri, già) e c’era il germe del grande alternative. I pezzi fondamentali sono praticamente tutti. A partire dalla richiestissima “Rags And Bones”, che sembra uscita da “Blood Sugar Sex Magic”, ancora attuale e probabilmente immortale. White man, you, you, you, you / You just startin’ to get the blues / Yeah, the blues. E come dimenticare la prima accoppiata “It’s Catching Up” / “The Tower”, entrambe bastanti a ridefinire le coordinate di una musica che inizia con dei giri di basso da antologia, sia per suono che per parte in sé. E, andando più in profondità, non si può non citare il minuto e quarantasette della mitica perla hardcore “Tired Of Waiting”, dove si comprende che dischi come questo sono da prendere davvero per come sono. Senza trovarne grandi mitologie, senza trovarne storie e significati nascosti. I’m tired of waiting, that’s all. “Stocktaking”, math-core allo stato puro; “Big Dick”, un tripudio che rende dipendenti, soprattutto se poi Mike Patton è diventato il nostro idolo; la chiusura di “All Lies”, dove il tutto collima in un saliscendi di memoria tutta nordamericana. Un discone dall’inizio alla fine, e forse è superfluo aggiungere altro che non sia la dannata efficacia delle sue traiettorie.
Nel 2004 l’album viene rimasterizzato, con l’aggiunta di alcune altre canzoni che sono decisamente degne di nota. “I Am Wrong”, quasi otto minuti di punk che se ne frega di esserlo, dove davvero è difficile dire che non si tratta di Henri Rollins o dei Melvins. I know what I know / I’m no hero / Don’t wait or hesitate / Be strong / Be wrong / I am wrong. Stato di grazia, con nessun se e nessun ma. “State Of Grace”, nella quale il lavoro di Kerr (che purtroppo lascerà la band pochi anni dopo) risulta determinante per amplificare la portata delle trovate dei fratelli Wright. E come dimenticare la finale “End Of The World”? Solo Rob Wright nella cover “The End Of The World” di Skeeter Davis.
Dopotutto, gli anni farabutti erano quelli giusti per la musica rock, sia che si provenisse dal conservatorio jazz che dai garage dei ragazzacci in camicia a quadrettoni e jeans strappati. E alla fine, da Seattle non si era poi così lontani. “Dopo il successo dei Nirvana, passammo da avere 200 dollari d’ingaggio a 1000 dollari per i nostri concerti in Europa”, spiega John Wright. La band proseguì la sua carriera – con una dignità invidiabile, c’è da dirlo – fino al 2016, anno dello scioglimento, ma il livello del quarto lavoro resta, purtroppo o per fortuna, ineguagliato. E forse ineguagliabile.

 

TRACKLIST

  1. It's Catching Up
  2. The Tower
  3. Brainless Wonder
  4. Tired Of Waiting
  5. Stocktaking
  6. The End Of All Things
  7. Big Dick
  8. Two Lips, Two Lungs And One Tongue
  9. Rags And Bones
  10. Oh No! Bruno!
  11. All Lies
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