8.0
- Band: NOTHING
- Durata: 00:38:56
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Run For Cover Records
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Superata la boa dei quindici anni di carriera, Domenic ‘Nicky’ Palermo torna con i suoi Nothing e un nuovo lavoro, a più di cinque anni da “The Great Dismal”, che sembrava poter addirittura rappresentare il canto del cigno.
Il timido ritorno di “When No Birds Sang” del 2022, scritto a quattro mani con i Full of Hell, aveva riacceso l’interesse attorno a un possibile rientro della band di Philadelphia, che oggi vede la luce con “A Short History Of Decay”.
Con una formazione ancora una volta rimaneggiata, che vede l’entrante Cam Smith affiancare Doyle Martin (entrambi membri dei Cloakroom), Zachary Jones (MSC, Manslaughter 777), Bobb Bruno (Best Coast) e lo stesso Palermo, ciò che emerge da questi quaranta minuti abbondanti è un meraviglioso affresco di ciò che i Nothing sono stati finora, senza mai rinunciare a uno sguardo verso possibili evoluzioni future.
Il loro è un rock dalle tinte shoegaze, figlio dei muri sonori emotivi dei My Bloody Valentine e degli Slowdive ma imbastardito da alcune pesantezze elettroniche, suonato con la compattezza dei primi The Smashing Pumpkins e impreziosito da velleità più trasversali che richiamano i Radiohead del dopo “OK Computer”; il risultato è un sound personale, pur partendo da coordinate formalmente derivative.
L’apertura affidata a “Never Come Never Morning”, brano diretto e semplice nella struttura ma incredibilmente efficace nelle melodie, capace di richiamare i fasti degli anni Ottanta inglesi fatti di chitarre ricoperte da coltri di riverberi e delay su di un dream pop delicato. Con la successiva “Cannibal World”, invece, accade qualcosa di inaspettato: la linearità viene sostituita da un substrato ritmico drum & bass sul quale si appoggiano linee strumentali più lisergiche e rumorose, in un’ideale jam session tra i My Bloody Valentine e Goldie. Un brano dall’irruenza sorprendente, che vive di contrasti diversi rispetto a quelli cui i Nothing ci avevano finora abituato.
Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo la title track “A Short History Of Decay”, che ritrova una sorta di ordine ritmico ma aumenta i giri del comparto noise, con chitarre dalle frequenze poco indulgenti e scivoloni di rumore lancinante, senza mai perdere quel gusto melodico negli arrangiamenti vocali.
Da qui in poi, però, il disco cambia volto: si fa più intimista, smaltisce la sbornia elettrica dei primi tre brani e si tuffa in un rock malinconico, crepuscolare e spesso struggente.
La delicata ballata “The Rain Don’t Care” precede “Purple Strings”, che pare uscita dal duo Yorke/Greenwood: chitarra acustica a guidare linee vocali poco canoniche e notturne, con arrangiamenti subdoli e inquieti. Un brano degno dei migliori Radiohead, insomma.
Si rialzano i giri con “Toothless Coal” che riporta alla mente il feeling di “Siamese Dream”, ma è con “Ballet Of The Traitor” che veniamo catapultati in una dimensione onirica e sospesa, trascinata da chitarre talmente effettate da confondersi con i sintetizzatori.
Tornano i fantasmi dei Radiohead verso la fine, negli arpeggi sghembi di “Nerve Scales”, prima di congedarsi con le atmosfere più rilassate e quasi luminose di “Essential Tremors”: un brano che sembra quasi un tributo alla Seattle anni Novanta meno ruvida, se non fosse per il finale, in cui muri di fuzz avvolgono il tutto in maniera quasi confortevole.
I Nothing sono una band unica — e per certi versi irripetibile — che vive di contrasti tra ciò che appare piacevole e rassicurante e asperità più angoscianti. In tal senso, la copertina, con quel sorriso rovinato da un dente marcio, è perfetta: un’immagine che sintetizza la loro poetica dicotomica, capace di travalicare i generi per arrivare alla forma più essenziale della comunicazione musicale, dove sono esclusivamente le emozioni il cuore pulsante.
Preziosi.
