9.0
- Band: NUCLEAR ASSAULT
- Durata: 00:35:55
- Disponibile dal: 07/10/1986
- Etichetta:
- Combat Records
La sensazione di astio che si respira riascoltando “Game Over” oggi, a trenta lunghi anni dalla sua pubblicazione, è ancora intatta, immacolata: un pugno di canzoni che arriva tanto allo stomaco quanto in pieno volto sotto forma di sberla così sonora che alla fine del disco, disorientati, viene da riascoltare il tutto perché ‘come, già finito?’, tale è l’immediatezza punk che va a sposare il thrash di versante newyorkese creando un esempio felicissimo di commistione tra concisione hardcore e melodia intrinseca. Quasi un “Kill’Em All” 2.0 a livello di influenze essenziali, questo disco è una pietra miliare non da poco, uno di quei debutti che scontatamente ci tocca dire che ‘non si fanno più’. Un arrabbiatissimo Dan Lilker esce dagli Anthrax e decide di farne una versione più nervosa e incazzata, nella quale la concettualità di protesta unita all’impegno nelle liriche vira di molto verso l’HC, facendo ricordare più Suicidal Tendencies, S.O.D. o D.R.I., che non la band di Scott Ian stessa. I Nuclear Assault di “Game Over” sfociano nel grind, vivono di punk, eppure mantengono coordinate di gusto tali da essere ascoltati tanto da skater che da thrasher, da chi ascolta i Venom così come da chi i Maiden. Uno stato di grazia per una formazione che, con questa prima prova, andrà a creare un trittico eccezionale quanto quello formato con i due dischi che seguono, “Survive”, che consta di un aggiornamento all’interno della stessa modalità di scrittura, e l’appena più meditato “Handle With Care”. E’ così che troviamo una serie di canzoni veloci e critiche nonché pessimistiche, a partire dalla rasoiata strumentale intitolata “Live, Suffer, Die”, un minuto di efferatezza, passando per la partenza in medias res di “Sin”: la voce di John Connelly è acuta e stridente, ma trova diverse aree in cui la linea ‘melodica’ è godibilissima e incita all’accompagnamento, così come il riffing è quadrato e tagliente, con un basso impastato che sa di sala prove e di esigenza espressiva; da qui in poi è escalation e per poco più di mezz’ora saremo di fronte a brani che si susseguono senza respiro in una cavalcata impietosa e che non lascia prigionieri: come evidenziato dalla catastrofica copertina, non ce n’è per nessuno. Momenti iconici come “Betrayal”, la grandiosa e tesa “After The Holocaust” oppure “Radiation Sickness” sono brani stampati indelebilmente nell’archivio mnemonico di ognuno di voi che scrivevate ‘thrasher’ sul giubbotto di jeans, pezzi che si lanciano a cento all’ora tra scorribande ritmiche, una distorsione quasi ironicamente pacata a fare da sfondo a strofe irresistibili e incedere marziali come in “Stranded in Hell” o “Nuclear War”, esempi perfetti di cosa dovrebbe essere il thrash metal. L’attitudine della band viene poi evidenziata da schiaffi come la furiosa “Hang The Pope”, grindcore prima del grindcore, rigurgiti punk (“My America”, “Mr. Softee”) e crossover esemplari come “Vengeance” o “Brain Death”, quest’ultima a presentare qualche accenno compositivo vagamente più elaborato che troverà conferma negli anni a venire, pezzo tanto melodico quanto senza respiro, che chiude l’album in maniera trionfale. “Game Over” è un piccolo capolavoro, uno di quei dischi che non sarà mai troppo tardi per (ri)scoprire o riascoltare e che dovrebbe essere fondamentale nel vostro scaffale se almeno una volta avete detto ‘io ascolto thrash’. Imprescindibile.
