OCEANS ATE ALASKA – Lost Isles

Pubblicato il 17/03/2015 da
voto
7.0
  • Band: OCEANS ATE ALASKA
  • Durata: 00:44:01
  • Disponibile dal: 24/02/2015
  • Etichetta: Fearless Records
  • Distributore:

Gli Oceans Ate Alaska hanno cominciato a farsi notare grazie a due EP abbastanza interessanti rilasciati nel 2012, venendo additati dalla stampa specializzata e dal popolo dei social network come uno degli act più freschi e promettenti della scena. Dopo un po’ di gavetta live nel circuito europeo, i Nostri sono riusciti a strappare un buon deal con la super Fearless Records, la quale si è occupata di questo primo debut dei fanciulli britannici. Qualora foste curiosi di sapere il perchè del quantomeno peculiare nome dei Nostri, vi diciamo che si riferisce ad una catastrofe naturale che ha colpito le coste dell’Alaska nel lontano 1958, uno tsunami di circa 500 metri (il più grande mai registrato nella storia dell’uomo), che ha spazzato via una buona parte della costa dello stato americano. Svelato l’arcano del monicker, ci accingiamo adesso a darvi la nostra opinione riguardo questo “Lost Isles”, per saggiare definitivamente se il combo di Birmigham meriti veramente tutto questo hype o meno. Passata rapidamente la intro strumentale “Fourthirtytwo”, veniamo repentinamente investiti dall’accoppiata “Blood Brothers” e “High Horse”, vere e proprie fucilate in pieno viso che fungono un po’ da manifesto per il sound dei Nostri; un djent/metalcore progressivo, intricato, dalle ritmiche serrate e cangianti, una commistione curiosa ma piacevole di arpeggi pulitissimi e distorsioni invadenti, il tutto trascinato dalle urla forsennate dell’imberbe singer James Harrison, il quale sembra essere finalmente riuscito ad affinare la propria ugola, risultando adesso più credibile rispetto che agli esordi. Purtroppo il genere è quello che è, ed il fantasma del deja-vu è sempre incombente dietro l’angolo, ma i ragazzi riescono a fare suonare la loro proposta abbastanza fresca da essere riconoscibile, e comunque non una mera operazione di copia/incolla dei lavori altrui (il che, di questi tempi così “affollati”, è già un bel successo). Ogni tanto l’aria viene saturata da un’eccessiva ricerca del passaggio intricato a tutti i costi, che tende a confondere l’ascoltatore nei frangenti in cui non è richiesto, ed inoltre, abbiamo la ricorrente puntata sulle aperture in clean che, se in certi punti aggiungono colore e orecchiabilità al pezzo (leggasi “Floorboards” ed il singolone “Sharks And Vultures”), in altri suonano forzati e non propriamente ficcanti (“Part Of Something”, per citarne una). Il resto della tracklist si muove abbastanza uniformemente sugli stessi territori, tra midtempo meshugghiani ed passaggi chitarristici iper-curati e articolati che davvero sorprendono, data la quasi tenera età dei componenti della band. In conclusione, il lavoro degli inglesi risulta davvero valido e piacevole su tutta la linea, aiutato anche da una produzione strepitosa che esalta tutti gli intricati passaggi in cui i Nostri si dilettano nel corso di questi tre quarti d’ora di musica. Davvero niente male per una band di ventenni appena usciti dalla scuola dell’obbligo. Una piccola previsione: teneteli d’occhio, ne sentiremo parlare tantissimo in futuro.

TRACKLIST

  1. Fourthirtytwo
  2. Blood Brothers
  3. High Horse
  4. Vultures and Sharks
  5. Downsides
  6. Floorboards
  7. Linger
  8. Equinox (Interlude)
  9. Part of Something
  10. Over the Edge
  11. Entity
  12. Lost Isles
  13. Mirage
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