OCEANS OF SLUMBER – Oceans Of Slumber

Pubblicato il 30/08/2020 da
voto
7.5
  • Band: OCEANS OF SLUMBER
  • Durata: 01:11:32
  • Disponibile dal: 04/09/2020
  • Etichetta:
  • Century Media Records
  • Distributore: Sony

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Tutto si può dire degli Oceans Of Slumber, fuorché sfruttino furbescamente l’avvenente e poliedrica vocalità di Cammie Gilbert per guadagnare consensi col minimo sforzo. Perché se è vero che la dotata singer è ciò che probabilmente ha attratto in primo luogo le attenzioni della Century Media (e del pubblico metal in seconda battuta) i musicisti texani sono stati bravi a costruire attorno a questo rubino un discorso musicale complesso e sempre più personale col trascorrere del tempo. All’aumentare della notorietà non si è fatta largo la tentazione di congegnare singoli ‘da classifica’, incanalando la vocalità femminile in refrain dall’alto potenziale di seduzione. Al contrario, si è andati in una direzione diametralmente opposta, allestendo un quadro sonoro a molteplici stanze, intersezioni, punti ciechi, antri ombrosi e caleidoscopici, misteri e visioni di nient’affatto scontata lettura.
Se l’intraprendenza messa in campo con “The Banished Heart” segnava un bel passo in avanti dal buono ma contraddittorio in alcuni punti “Winter”, “Oceans Of Slumber” si rivela un altro disco denso, intenso, traboccante spunti di interesse e, nonostante l’alto tasso di melodia e una produzione rotonda e cristallina, per nulla propenso a una comunicazione semplice, né a svelarsi compiutamente in poche battute. Trovatisi orfani di tutto il resto della line-up, la Gilbert e il batterista Dobber Beverly – assieme, il nucleo creativo della formazione – non hanno vacillato e, reclutati altri quattro strumentisti, sono ripartiti con ancor maggiore convinzione. Gli Oceans Of Slumber, in un disco che sa a questo punto di ripartenza e parziale azzeramento del passato, illudono e nascondono, prendono strade sghembe pur non pronunciandosi secondo partiture chissà quanto schizoidi e stravaganti. Accentuando quella conformazione plumbea, fosca ma rabbiosa del terzo disco, in questo quarto full-length autointitolato si spingono ulteriormente nel verso della sperimentazione e di una narrazione molto personale, che si smarca ancor più di prima da riferimenti precisi.
Entra a stabilire un tono cauto e confessionale nella narrazione la chitarra acustica, centrale fin dalle prime due tracce “Soundtrack To My Last Day” e “Pray For Fire”; la Gilbert sembra aver ulteriormente ampliato i registri espressivi, disinvolta e brillante sia nell’intessere melodie vocali al limite del pop, sia nel frequentare torbidezze gothic/doom. Affiliazione che, quando il riffing si ispessisce e si inseriscono profondi growl, riporta alla mente certe suggestioni novantiane di quel genere. Esemplificativo in tal senso l’incipit di “The Adorned Fathomless Creation”, che sembra provenire da un album dei My Dying Bride e non fa mancare anche in seguito genuini tormenti death metal. Stanno meglio di prima i contrasti fra poesia e brutalità, il dosaggio di urla demoniache maschili è adeguato alle tonalità dei singoli brani e la qualità degli interventi nettamente migliore di quella delle precedenti pubblicazioni. Più di prima, affascina il rimbalzare fra ricami docili, non alieni a certo metal americano ‘da classifica’, oscurità sconfortanti quasi di stampo doom nordico e tracimanti aggressioni death metal, sciorinate con disinvoltura e perfetta percezione dell’attimo in cui serve mutare scenario. Un crescendo dal sapore sinfonico come quello del finale di “A Return To The Earth Below” lascia il segno, tocca nell’animo e dà la percezione del grado di maturità raggiunto.
Fin dalle prime tracce, esce rinforzato il ruolo delle tastiere, mai così protagoniste e a loro volta utilizzate in modi variegati all’interno di ogni canzone. Anche le camere di compensazione strumentali (“Imperfect Divinity”, “September (Momentaria)”) hanno così il loro perché, contribuendo ad affrescare la speciale atmosfera del disco. L’intervallarsi di uragani e contemplazioni non conosce schemi prefissati, dando un’idea di parziale incoerenza e sfilacciamento al primo approccio, sensazione che va scemando man mano che si entra meglio nei meccanismi di “Oceans Of Slumber”. I pezzi che si fanno preferire sono quelli riassumenti un po’ tutte le anime della formazione, ossia quelli che attraversano molti stadi umorali e fanno deflagrare appieno il camaleontismo del duo Gilbert-Beverly. Si potrebbe pensare in questo senso a una “Total Failure Apparatus”, a suo modo tra le più orecchiabili del lotto, anche se poi vien quasi da tradire questo pensiero, ascoltando rapiti le infiltrazioni soul della seguente “The Red Flower”. Chiama applausi pure la coraggiosa scelta di coverizzare, in chiusura, “Wolf Moon” dei Type O Negative. Riconoscibile nelle linee melodiche, viene adattata pienamente al timbro della Gilbert, che la fa sua al pari del resto della band. In conclusione, siamo di fronte a un album pienamente riuscito, degna prosecuzione di una discografia che si sta facendo sempre più solida e dall’identità inconfondibile.

TRACKLIST

  1. The Soundtrack To My Last Day
  2. Pray For Fire
  3. A Return To The Earth Below
  4. Imperfect Divinity
  5. The Adorned Fathomless Creation
  6. To The Sea (A Tolling Of The Bells)
  7. The Colors of Grace
  8. I Mourn These Yellow Leaves
  9. September (Momentaria)
  10. Total Failure Apparatus
  11. The Red Flower
  12. Wolf Moon
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