OLD MAN GLOOM – Seminar VIII: Light Of Meaning

Pubblicato il 09/06/2020 da
voto
7.5
  • Band: OLD MAN GLOOM
  • Durata: 45:20
  • Disponibile dal: 15/05/2020
  • Etichetta: Profound Lore
  • Distributore: Audioglobe

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Riposi in pace la buon’anima di Caleb Scofield. E che magari trovi giovamento dal fatto che i compagni degli Old Man Gloom abbiano portato a termine il materiale che aveva iniziato ad incidere per il progetto, innestandolo in ben due differenti sezioni chiamate rispettivamente “Seminar VIII: Light Of Meaning” e “Seminar IX: Darkness Of Being”. La situazione si fa piuttosto confusa perché i due album escono ad una settimana l’uno dall’altro e, in effetti, anche dopo la beffa dei due album del 2014, entrambi chiamati “Ape Of God”, non avevamo ancora imparato che queste dinamiche diventano tanto più significative quanto più incasinano quelli che ormai definiamo canoni di release e ascolto. Più si conoscono band come queste, meno si intendono. Ed è questo che ci piace considerare il loro personale modo di fare ed offrire la propria musica.
Bene così, dunque. Passiamo allora al primo nuovo album: “Seminar VIII”. Contraddistinto da più passaggi in cui sembra di aver lasciato accesa la chat vocale su pc, in cui voci ansiose sembrano testare il microfono, l’inquieto patrimonio sonoro degli Old Man Gloom si ripercuote nelle sue consuete sberle sludge, senza timore alcuno, e sempre unito a svarioni noise da test di Pro Tools e quasi field recording, vero e proprio marchio di fabbrica del Turner post-Isis. Fortunatamente, oltre queste derive sperimentaloidi, c’è anche della ‘ciccia’: esattamente quella che ci si aspettava da gente di questo calibro. Aaron Turner ormai conduce il tutto e piazza il suo estro funambolico nella produzione, talvolta coadiuvata dall’ormai mitico Kurt Ballou (che si occupa di “EMF”, “True Volcano”, “Final Defeat” e “Calling You Home”) con il resto affidato alle mani di Matt Bayles e Randall Dunn. La band in sé, invece, si arricchisce, oltre che di Turner, dei fedelissimi Nate Newton dei Converge, di Santos Montana degli Zozobra, ed anche – al posto dello scomparso Scofield – del compagno dei Cave-In Stephen Brodsky, probabilmente l’innesto più congruo a cui si potesse pensare.
Forse – anzi sicuramente – un disco non perfetto, in cui probabilmente non è stato scartato niente, come il gemello numero nove, intitolato non a caso “l’oscurità dell’essere”. Il tono del disco è lento ad ingranare, almeno nelle sue coordinate più riuscite, probabilmente relegate agli ultimi tre pezzi (più di mezz’ora comunque) come “Final Defeat” e l’ultima  “By Love All Is Healed”, che mostrano come gli Old Man Gloom siano davvero un progetto per cui, ancora una volta, compiacersi di ciò che il post-metal è diventato e può ancora diventare, se fatto da gente con cuore, idee e cojones: serpeggiando tra la foga dei Converge, lo sludge violento e annichilente dei primi Neurosis e le derive più sperimentali di Isis o amici funambolici vari, lo spettro sonoro è sempre ricco ed eclettico, ma non dimentica mai di romperti il grugno così come di farti ricordare di essere vivo, almeno finché c’è un cuore che pulsa. E sembrano proprio essere i contrari a rendere perfetta la parabola comunicativa: le ombre, i rumori, i feedback, le distorsioni, il caos, proprio loro che nel loro ridondare ricordano che esiste il resto. Perla del disco, situata in mezzo ai due brani menzionati poco fa, è senza ombra di dubbio “Calling You Home”: impostata come proseguo di un blues distorto e ambivalente, il pezzo di oltre dieci minuti si rende camaleontico, con una pelle noise/industrial da lamiere berlinesi e un piglio Killing Joke che si avviluppa e accartoccia come una foglia riarsa, ricordando sia le trame di “Dead Souls” dei Joy Division che dei migliori Neurosis. Insomma, un pezzone da annali del post-metal, che probabilmente primeggia su tutto il (più che valido) resto.

TRACKLIST

  1. EMF
  2. Wrath Of The Weary
  3. True Volcano
  4. Final Defeat
  5. Calling You Home
  6. By Love All Is Healed
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