7.0
- Band: OMNIA MALIS EST
- Durata: 00:57:07
- Disponibile dal: 15/12/2025
- Etichetta:
- Broken Bones
Spotify:
Apple Music non ancora disponibile
Terzo lavoro per Omnia Malis Est, progetto del polistrumentista lucano Uruk-Hai, entità attiva dal 2005, che porta con sé i frutti di una visione ed un percorso piuttosto personale e indipendente nell’esposizione della propria musica.
Dopo essersi fatto notare nell’underground con un debutto (“Viteliu” del 2015) intriso di black metal melodico dedicato alle popolazioni sannite e aver approfondito il legame con la propria terra in “Lucania” (2021), lavoro pagan/melodic black metal, il progetto cambia forma e linguaggio in questa nuova opera, “OME”.
L’album si presenta infatti come un’unica traccia strumentale di quasi un’ora, scelta che evidenzia fin da subito una certa ambizione, e consta di un flusso continuo di ambient e atmospheric black metal, per un lavoro che certamente richiede attenzione e disponibilità all’ascolto, che va affrontato come un’esperienza più che come una semplice ora di musica.
Sebbene le parti atmosferiche non siano malvagie, è quando la componente più aggressiva e propriamente metal emerge che “OME” mostra il suo lato più efficace: le sezioni più dure sono solide ed evocative, capaci di costruire tensione e di mantenere alta l’attenzione grazie a un uso misurato di riff e dinamiche. In particolare, possiamo notare alcuni riff che si sposano molto bene con dei crescendo epici (a volte anche su base quasi post black) che esplodono in certi punti ben calibrati dell’opera. In questo senso, da citare il quindicesimo minuto per un’apertura notevole, o verso la mezzora, con un bell’incedere, o ancora la bella prova chitarristica verso i tre quarti d’ora, che pure però tende a perdere un po’ di forza dopo una serie di ripetizioni.
Accanto a questi momenti si sviluppa, dicevamo, un’ampia componente ambient, centrale nell’economia del disco, che apre, chiude e intramezza i momenti più puramente metal. In più di un passaggio queste parti funzionano bene, rafforzando il carattere rituale e contemplativo dell’opera e contribuendo a creare un immaginario sospeso e suggestivo. In altri frangenti, tuttavia, la scelta di dilatare così tanto alcune sezioni finisce per alleggerire la spinta narrativa, diluendo la propria forza e dando l’impressione che una maggiore sintesi avrebbe potuto rendere il flusso complessivo più compatto e incisivo, pur senza snaturarne l’intento. Qualche momento resta meno incisivo, insomma, e non mancano dei passaggi in cui la potenza della composizione viene meno.
Dal punto di vista stilistico, “OME” si muove su coordinate che vanno quindi oltre il black metal più tradizionale, lasciando affiorare suggestioni folk e una libertà compositiva che, per approccio e sensibilità, può richiamare realtà come Wolves In The Throne Room o i Thy Catafalque (in alcuni momenti però l’omaggio sembra essere anche troppo marcato), soprattutto nei tratti più atmosferici e obliqui. La band resta però fedele a una visione ruvida e personale, più istintiva che razionalizzata. Va comunque premiato il coraggio di inserire così tanti momenti non prettamente musicali in una traccia così lunga, sfidando così l’ascoltatore ad un lavoro in concerto con l’artista, sebbene questo sia anche un po’ un limite del disco.
“OME” è quindi un lavoro coraggioso e fuori dagli schemi, non perfetto, ma fortemente personale, che conferma la volontà di Uruk-Hai di mettersi costantemente in discussione. Un disco che non punta all’immediatezza, ma che premia la concessione di tempo e attenzione, inserendosi come capitolo di una discografia guidata da una visione ben definita.
