ONE DAY IN FUKUSHIMA – The Shameful Eighteen

Pubblicato il 02/09/2025 da
voto
7.5

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Basso, batteria, chitarra e voce: una formula tanto semplice quanto efficace, specie se messa nelle mani di gente come i One Day in Fukushima, tra gli esponenti più agguerriti del circuito grindcore italiano.
Un trio di amici che, da circa un decennio, dimostra di conoscere benissimo le regole del gioco, attuandole con metodo e slancio sia in studio che sui palchi degli squat di mezza Europa, fra rabbia militante e valori legati indissolubilmente alla cultura DIY.

Una parabola di impegno sociale e riff scardinanti il cui valore può essere facilmente saggiato in piccole perle come il full-length “Ozymandias” (2018) o l’EP “Permanence” (2021), e che oggi – grazie al sostegno di varie etichette underground per i formati fisici – si manifesta finalmente in un nuovo lavoro sulla ‘lunga’ distanza (per quanto questo termine possa avere senso, visto il genere chiamato in causa), il quale si guarda bene dall’invertire la rotta o dall’introdurre novità in una proposta che è e resta debitrice di quanto confezionato in questo filone tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.

Va da sé che, come i capitoli precedenti, “The Shameful Eighteen” non avanzi pretese di innovazione o di reinvenzione della ruota, ma piuttosto il desiderio di affondare le mani in una materia antica, rispettarne gli equilibri e riproporne le caratteristiche nella maniera più rispettosa e sentita possibile, quasi come se certa musica fosse un verbo da tramandare intatto nel corso del tempo; una tradizione da rinverdire senza discostarsi dalle parole e dalla gestualità dei padri putativi.

Nomi che, su tutti, coincidono con quelli di Assück e di primi Brutal Truth e Terrorizer, oltre che di realtà anagraficamente più giovani – ma old-school nell’animo – come Insect Warfare e Looking for an Answer, per un assalto in grado di fondere istinto e precisione con risultati puntualmente galvanizzanti.
Quello che ci si ritrova davanti a partire dalla doppietta “To the Audience”/“Last Breath of Terror” è quindi un flusso dinamico nel quale i riff esplodono come candelotti di dinamite su una base ritmica che, fra blast-beat, d-beat e stacchi groovy posizionati sempre in modo accorto e intelligente, spinge nel nome di un’intensità palpabile e di un songwriting che sa perfettamente dove andare a parare per non appiattirsi o approssimare le sue soluzioni, lasciando intendere come la tracklist – per quanto fulminea – non sia stata certo frutto di un lavoro frettoloso.

Ogni cosa, molto semplicemente, si trova dove dovrebbe essere, senza forzature o dettagli fuori posto, e a sottolineare la cura riposta dai Nostri in questo ritorno ci pensa anche una produzione esemplare, degna di una realtà di casa Relapse o Southern Lord; il coinvolgimento di William Blackmoon per il mixing (Gadget, The Arson Project, Whoresnation) e di Brad Broadright per il mastering (Nails, Obituary, Rotten Sound) conferisce infatti all’insieme un suono caldo, organico e rifinito, che consente di apprezzare nitidamente lo svolgimento senza mai smorzare l’urgenza e la ferocia della raccolta, per una mitragliata di episodi durante la quale non si contano i passaggi da demolizione e coinvolgimento totali.

In definitiva, se un certo tipo di grindcore e death/grind vecchia scuola è il vostro pane, qui ce n’è abbastanza per saziarvi, in attesa ovviamente di incrociare i ragazzi di Eboli in un centro sociale per la prossima carneficina sotto al palco.

TRACKLIST

  1. To the Audience
  2. Last Breath of Terror
  3. Conan, Destroyer of Incels
  4. Glue Carpet
  5. Planet Flesh
  6. Scourge of the Earthbound
  7. A Lesson Not Learned
  8. House Thieves
  9. Casualty Adverse
  10. Vicious Circle
  11. Override of the Overtourism
  12. Throwing Off the Shackles of Domestication
  13. The Scarlet Pimpernel
  14. Smile
  15. Slaver's Slave
  16. Unfinished Are the Ways of Peace
  17. Outnumbered by Procrastinators
  18. Virtuous Circle/Machine Gun Soloist
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