OPETH – Ghost Reveries

Pubblicato il 30/08/2005 da
voto
9.0
  • Band: OPETH
  • Durata: 01:06:51
  • Disponibile dal: 30/08/2005
  • Etichetta: Roadrunner Records
  • Distributore: Universal

“Ghost Reveries”, ottava fatica degli Opeth, è il primo disco, dai tempi di “My Arms, Your Hearse”, che Mikael Åkerfeldt e la band al completo riescono a comporre con un minimo di studio alle spalle, tempo a disposizione per ri-arrangiare al meglio i brani e raccogliere le migliori idee, tranquillità operativa per incanalare l’ispirazione su traiettorie realmente qualitative e non solo meramente quantitative. Il gruppo, con “Deliverance” e “Damnation”, ha ormai raggiunto un altissimo status all’interno della scena metallica mondiale, eppure, pur sempre confermando il songwriting superiore alla media, il rischio di cullarsi fra le proprie braccia è parecchio alto. La Music For Nations ha cessato di esistere, quindi i quattro svedesi, ai quali va ad aggiungersi in pianta stabile il bravissimo tastierista Per Wiberg, sono senza casa discografica: certo non si tratta di un problema, anzi…gli Opeth possono pure permettersi di scegliere a piacimento quale etichetta privilegiare, soprattutto perché consci di aver un album pronto davvero con i controfiocchi! La Roadrunner è la label prescelta, nel cui roster i nostri sembrano quasi stonati, praticamente unica band a proporre un tipo di musica diversa dal nu-metal o dal metal-core iper-trendy. Evidentemente, nessuna pressione è stata fatta su Mikael e soci, altrimenti difficilmente essi avrebbero optato per una casa pretenziosa ed arrogante. Fatto sta, comunque, che gli Opeth sfornano un lavoro magicamente superlativo: Steven Wilson questa volta non interviene, Travis Smith è confermato all’artwork, mentre gli studi di registrazione sono i Fascination Street di Orebro; ma quello che meraviglia oltre ogni più rosea previsione è la bellezza genuina, nuova e freschissima dei brani contenuti in “Ghost Reveries”, per chi scrive l’unico, vero successore di Capolavori quali “Morningrise” e “Still Life”. Il disco è innanzitutto molto vario, in quanto, prendendo parecchi spunti da “Damnation”, la band scrive pezzi atipici e del tutto originali, quali “Atonement”, “Hours Of Wealth” e “Isolation Years”, episodi semi-acustici da pelle d’oca, vuoi per le ottime melodie proposte, vuoi per la splendida voce pulita di Åkerfeldt. E questa continua alternanza – non più solo all’interno della canzone, ma anche proprio fra un brano e l’altro – rende più efficaci e redditizie anche le classiche soluzioni opethiane, presenti ad esempio in “Ghost Of Perdition”, “The Baying Of The Hounds” e nell’epica “Reverie/Harlequin Forest”. Discorsi a parte li meritano la strana “Beneath The Mire”, nella quale il nuovo arrivato Wiberg regala nuove, sgargianti sfumature al suono della band, utilizzando la sua capacità sui tasti (che siano di un pianoforte, di un organo o di un mellotron) in modo sempre vario e perfetto, e la memorabile “The Grand Conjuration”, pezzo scelto come singolo per promuoverlo attraverso la nuova label: ed è incredibile come gli Opeth abbiano scritto, mantenendo intatte le caratteristiche e le atmosfere a loro congeniali, una composizione del tutto accessibile e rientrante pienamente nell’ottica moderna dell’etichetta. “Ghost Reveries” è certamente, per ora, il disco definitivo degli Opeth, il platter nel quale ogni sfumatura dei lavori passati è contenuta, ampliata e perfezionata. Termine provvisorio di una carriera fra le più fulgide della storia dell’heavy metal, che si spera possa proseguire ancora per tanti anni e per tanti dischi. Il cammino degli Opeth è sempre stato in lenta mutazione ed ogni passo successivo ha portato piccole novità rispetto al precedente. Migliorarsi, scavalcando l’apice di questo lavoro, sarà ostico e difficile, ma siamo certi che Mikael, Peter e gli altri pard ci tenteranno, sempre e comunque.

TRACKLIST

  1. Ghost Of Perdition
  2. The Baying Of The Hounds
  3. Beneath The Mire
  4. Atonement
  5. Reverie / Harlequin Forest
  6. Hours Of Wealth
  7. The Grand Conjuration
  8. Isolation Years
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