OUBLIETTE – The Passage

Pubblicato il 07/08/2018 da
voto
7.5
  • Band: OUBLIETTE
  • Durata: 00:39:23
  • Disponibile dal: 13/07/2018
  • Etichetta: The Artisan Era
  • Distributore:

Nell’esordire scrivendo riguardo gli americani Oubliette, ci piacerebbe partire da una frase che solitamente viene usata a fondo recensione: segnatevi assolutamente questo nome! Sì, perchè, sebbene il sound di tale band non vi esploderà in faccia quale sorpresa stordente e probabilmente le accosterete diverse creature metalliche passate e presenti di vostra conoscenza, il consiglio principale e più importante che ci sentiamo di darvi è quello di dare completa fiducia alla formazione dei coniugi Low, Mike alla chitarra ed Emily alla voce. Ma andiamo con ordine puramente biografico.
I Nostri nascono come studio-project degli appena citati marito e moglie nel 2011, per poi rapidamente diventare una formazione completa e pubblicare, tre anni dopo, il debut-album “Apparitions”, già molto ben mettente in luce le peculiarità stilistiche dei suoi autori, ovvero la proposizione di un melodic black-death metal atmosferico con forti orientamenti al progressive e alla creazione di un’aura più orrorifica ed oscura che melanconica, sebbene i molti passaggi acustici decadenti richiamino anche certa nostalgia emozionale un po’ à la Opeth dei primi album (“Orchid” e “Morningrise”, per intendersi). Del resto, il monicker Oubliette sta ad indicare un tipo particolare di prigione la cui unica uscita è situata in alto, solitamente rappresentata da una botola o da una grata. Claustrofobia e angoscia al potere, insomma. Da quartetto, una volta edito l’esordio, la compagine del Tennessee subisce poi una quasi completa rivoluzione, che come vedremo andrà ad influire abbastanza sul songwriting attuale, sebbene non lo rivoluzioni poi più di tanto, passando ad un quasi ingombrante sestetto: via la sezione ritmica Jones/Mesich, sostituita dai nuovi James Turk (basso) e Greg Vance (batteria), e spazio all’allargamento a ben tre chitarre, con gli innesti di Todd Harris ed Andrew Wampler. L’impostazione compositiva per questo nuovo “The Passage”, dunque, cambia radicalmente, e ad oggi non sapremmo ancora identificare se in meglio o in peggio: quello che è certo è che con questo nuovo album gli Oubliette pareggiano sicuramente le buone impressioni suscitate con “Apparitions”.
“The Passage”, un concept-album tragico imperniato sui classicissimi temi del dolore e della perdita, è chiaramente più complesso e meno immediato del precedente – per gli intrecci delle tre chitarre, certo, ma non solo! -, ricchissimo di arrangiamenti che permettono all’ascoltatore di scovare, anche dopo diverse manciate di ascolti, particolari e dettagli sempre nuovi, micro-tasselli di un accurato puzzle lavorato con un cesello da perfettini dell’estremo cangiante e non pauroso di esplorare qualsivoglia meandro dell’interiorità umana. In un certo senso, oltre ai prime-mover scandinavi che si possono accostare agli Oubliette (Dissection, primi In Flames e Dark Tranquillity, Miscreant, primi Opeth), un paragone che ci pare azzeccato è quello con i virtuosi Ne Obliviscaris: i punti di contatto, escluso l’uso del violino e della voce pulita, sono molti tra le due band, in primis l’approccio progressive, i continui cambi di tempo, l’appeal sperimentale, le atmosfere epico-decadenti e l’uso dei concept. Estremizzare gli estremi è una pratica molto usa nelle formazioni al cui interno si scontrano anime completamente differenti, dalla dolcezza di un arpeggio e di un sussurro femminile alla tirata nichilista di un blastbeat black metal e delle vocals lancinanti: in “The Passage” gli Oubliette hanno fatto proprio così, hanno estremizzato le varie sezioni. Basti sentire la strumentale introduttiva “A Pale Innocence”, oppure gli affondi a velocità supersoniche di “The Curse” e della titletrack per farsi sferzare immediatamente da un tremolo picking glaciale ed ossessivo, ovviamente tendente anche allo shoegaze, altrimenti non saremmo nel 2018, nevvero? E poi, in pieno contrasto, ecco i molteplici stacchi pacati e crepuscolari, giocati su arpeggi, puntellature di tastiere, vocalizzi sognanti ed eterei della Low, linee di basso essenziali ma segnanti, per un insieme che, a lungo andare, realmente affascina e conquista. La prova di Emily è superlativa: in possesso di un growl piuttosto profondo ed intelligibile, per essere una donna, riesce ad essere fredda oppure calda quando serve, narrando un’epopea di delusione e morte con sagace credibilità. Gli spunti melodici e le impalcature solide e fantasiose delle tre asce acquistano valore col tempo, donando spessore e maturità ad un sound che davvero raggiunge alte vette di bellezza.
Non occorre citare episodi in particolare, tutta la tracklist, compreso il breve intermezzo “Emptiness”, fa la sua (s)porca figura, assestandosi su un minutaggio ideale e su una capacità di esprimere tanto savoir-faire in, tutto sommato, breve tempo. Non c’è da gridare al miracolo, d’accordo, ma qui ci si trova di fronte ad un platter che guarda al passato con addosso vestiti presenti e futuri, e che dovrebbe richiamare l’attenzione di tutti coloro che, nella musica metal estrema d’oggi, ricercano sempre un pezzo di Nineties che furono. Ecco, ora potete davvero segnarvelo, questo nome!

TRACKLIST

  1. A Pale Innocence
  2. The Curse
  3. Solitude
  4. Elegy
  5. Emptiness
  6. The Raven's Lullaby
  7. Barren
  8. The Passage
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