6.0
- Band: OUTLAND
- Durata: 00:45:03
- Disponibile dal: 09/03/2005
- Etichetta:
- Melodic Symphony
- Distributore: Frontiers
Dopo il debutto targato 2000 intitolato “Different Worlds”, il duo costituito da Jeff Prentice (Lead Vocals, Guitars, Keyboards) e Rob Nishida (Guitars, Bass, Keyboards, Vocals) dà alle stampe questo “Long Way Home”, lavoro di perfetto AOR, in stile Survivor e Night Ranger, impreziosito qua e là da qualche sferzata di energia hard rock. Il processo di composizione dell’album, a detta del gruppo, è stato lungo e complesso. Tuttavia ciò non traspare, effettivamente, ad un primo ascolto. La struttura canzone tipica sembra infatti avere la maggiore, a scapito di una costruzione più orientata sulla varietà compositiva. Questo non è sempre un aspetto negativo, specialmente in questo genere, in quanto strutture più dilatate rischierebbero di stufare l’ascoltatore meno avvezzo a tali sonorità. Ne è un valido esempio l’opener “Borderline”, song di facile ascolto, di facilissima presa, che ruota sulla bella voce del singer Jeff (in questo frangente molto simile all’immenso Jeff Scott Soto) e sul bel solo ad opera dei due chitarristi. Dall’altro lato della medaglia, purtroppo, sta però il drumming. Questo album vede la collaborazione dell’ex Mr.Big Pat Torpey, il quale gestisce tutte le parti di batteria. Ed è un vero peccato sentire un bravissimo batterista come Torpey eseguire delle linee di batteria monotone e, francamente, prive di qualsivoglia mordente. Comunque è meglio che cerchiamo di abituarci dalla prima song perché, per tutto l’album, salvo rari casi la situazione sarà simile. Dalla successiva “Love Ain’t The Answer”, cominciamo ad avvertire un fastidio, inizialmente misterioso. Dopo pochi istanti ci accorgiamo che il senso di fastidio è dato dal suono (ridicolo) delle tastiere per una song da dimenticare, una delle peggiori del lotto. La situazione non cambia molto con la successiva “The Hardest Part Of All”, song decisamente troppo lenta, che si trascina alla fine lasciandoci l’impressione di aver ascoltato un pezzo, tutto sommato, poco vario e sottotono. La produzione non è delle migliori, specialmente nel suono di chitarra e di batteria, e questo rende il compito ancora più difficile. Eccoci a “Madeline”, il pezzo più à la Bon Jovi dell’album: ascoltando le tastiere, non si può non pensare ai primi lavori dell’artista italo-americano, prima su tutti la ammiccante “Runaway”, anche se il pezzo è carino, frizzante, molto anni ’80. L’impressione è che gli Outland vogliano giocare sul sicuro, non uscendo troppo dal sentiero tracciato dai vari grandi dell’AOR. Quindi, dopo una moscia “How Many Times” ed una energica “Long Way Home”, dominata dai bei suoni di Hammond e le sue ritmiche tipicamente anni ’80 (e dal ritornello che ricorda molto da vicino “Living On A Prayer” del già citato Bon Jovi), arriviamo ad uno dei pezzi migliori dell’album, la ballad “Somebody Just Like You”. L’inizio ci ha ricordato le migliori ballad dei grandi Stryper, e l’uso della drum-machine ha contribuito a donare notevole fascino alla canzone. “Turn Some Pages” è mestiere e nulla più, “What In The World” è nuovamente deturpata dal suono delle tastiere, e “Don’t Turn Back” si fa perdonare con quel suo bell’intro di chitarre armonizzate e quel suo ritornello ammiccante. Ora veniamo alla cover: “Hollywood” dei Thin Lizzy, qui resa in modo più che dignitoso, con una buona prova del singer. L’impressione generale, quindi, è che il lavoro sia indirizzato quasi esclusivamente ai ‘tuttologi’ del genere, a coloro che dalla musica vogliono questo: melodia, zucchero, passione…
