OVERTOUN – Death Drive Anthropology

Pubblicato il 05/02/2026 da
voto
7.0
  • Band: OVERTOUN
  • Durata: 00:50:18
  • Disponibile dal: 13/02/2026
  • Etichetta:
  • Time To Kill Records

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Cile e death/thrash metal progressivo sappiamo essere un connubio distintivo, per quanto limitato nei numeri, all’interno della scena metal contemporanea. Non staremo parlando di una corrente abbondante come, per fare un esempio, quella del thrash metal targato Bay Area degli anni ’80, eppure nella striscia di territorio sudamericano stretta tra Ande e Oceano Pacifico il thrash estremista – spesso sfociante nel death metal – suonato in modo oltranzista ma curato, impetuoso eppure raffinato, è un tratto peculiare del territorio.
Nel caso degli Overtoun, parliamo di una formazione in giro dal 2014, quindi già sufficientemente navigata, autrice in precedenza di due album, “Centuries Of Lies” del 2018 e “This Darkness Feels Alive” del 2021. Pubblicazioni rimaste relegate ai circuiti underground più oscuri, sorte al quale sarà probabilmente destinato anche “Death Drive Anthropology”, per quanto un minimo di visibilità, almeno tra i thrasher più bramosi di complessità, il terzo album dei ragazzi di Santiago del Cile lo meriterebbe.
In analogia ai loro connazionali Critical Defiance e Mental Devastation, autori di validi album nell’ultima manciata d’anni, gli Overtoun si installano in quella terra di mezzo dove confluiscono un approccio assatanato e veemente, genuino e passionale, e un buon numero di soluzioni assai oblique e piene di inventiva. Mettendo in gioco un tipo di musicalità che, dovendo scegliere tra l’epoca odierna e i mitizzati anni ’90 (con qualche sortita nel decennio prima), prediligono nettamente questi ultimi, senza per questo abusarne.

Attingendo a vari ambiti del death/thrash più elaborato, gli Overtoun confezionano così un’opera abbastanza sfaccettata, che a seconda delle singole tracce assume identità parzialmente differenti. Fin dall’efficace e densa opener “What Unites All” emergono lampanti le caratteristiche migliori della formazione sudamericana: un riffing sferzante e variopinto, la capacità del basso di prestarsi a molteplici divagazioni, la disinvoltura nel passare da cadenze più serrate e ‘da mosh’ ad altre più torbide e criptiche. Nel ripassare nozioni death e thrash old-school, il gruppo sembra prediligere un approccio più fangoso e putrescente rispetto ad altri colleghi che si misurano in questo contesto: le parentesi più lente oscillano tra death floridiano e Pestilence, con questi ultimi richiamati anche per le fughe in atmosfere dal sapore cosmico e un uso del basso, a volte, ai limiti della fusion.
Il pregio migliore di “Death Drive Anthropology” è proprio quelli di mettere bene in connessione una brutalità spiccia e cavernosa e idee più raffinate e melodicamente di ampio respiro, mentre quando i musicisti si muovono in contesti più canonici, rinunciando ad abbellimenti, la qualità del lavoro scende, si normalizza, pur rimanendo assolutamente dignitosa.
I ragazzi cileni prendono invece il largo e danno spettacolo nel dare massima visibilità al loro eclettismo, che quando emerge si sposa, in perfetta concordia, con una musicalità di prim’ordine: è il caso di “Weeping” e delle sue aperture progressive e celestiali, con qualche scampolo di voce pulita, in un connubio a tratti fatato che ricorda i Death degli ultimi due album e gli Atheist. Oppure dell’appena successiva “Wind And Water”, caleidoscopio di tempi dispari, giri di basso in assonanza ai Cynic di “Focus”, strappi velenosi e torsioni chitarristiche che soddisfano sia gli amanti dei preziosismi che della brutalità spiccia.

Non sempre il songwriting è così brillante, altre situazioni si fanno ascoltare volentieri ma emozionano meno, dando la sensazione di un pizzico di incompiutezza. Forse, nell’apprezzamento generale dell’opera, avrebbe aiutato un minutaggio leggermente inferiore e una maggior compattezza della tracklist, evitando gli episodi più anonimi e meno ricchi di idee.
Nel suo complesso “Death Drive Anthropology” rimane un album dagli ottimi spunti, a tratti realmente entusiasmante e che merita almeno un paio di ascolti dagli amanti del death e del thrash metal ad alto tasso di cerebralità.

TRACKLIST

  1. What Unites All (feat. Max Phelps)
  2. The Final Beat
  3. Memento Mori (feat. Enrico H. Di Lorenzo)
  4. Dur Khrod
  5. Jade, Gold, Obsidian
  6. Yūrei
  7. Weeping
  8. Wind And Water (feat. Shantanu Vyas)
  9. The Waves Suite: Siren
  10. The Waves Suite: Ocean
  11. The Waves Suite: Caleuche
  12. Death Drive Anthropology
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